«LIVE AT THE CELLAR DOOR - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - LIVE AT THE CELLAR DOOR - la recensione

Recensione del 12 dic 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Lo sappiamo, la mente di Neil Young segue traiettorie ondivaghe e imperscrutabili; invece di seguire percorsi coerenti e lineari, il grande canadese preferisce assecondare il suo flusso di coscienza e i suoi sbalzi d'umore (la sua discografia e la sua autobiografia stanno lì a dimostrarlo). Perché dunque un altro disco acustico datato primi anni Settanta, nella sua benemerita collana "Archive Performance Series", quando già esiste quel "Live at Massey Hall" cronologicamente distante non più di sette settimane? E perché solo 45 minuti di musica, selezionata da sei spettacoli tenuti tra il 30 novembre e il 2 dicembre del 1970 al Cellar Door di Georgetown, Washington D.C., quando in quelle occasioni - a leggere le scalette di Setlist.fm - furono proposte anche altre canzoni? Sulla recensione da lui firmata per Pitchfork, il critico Rob Mitchum tenta di dare una risposta ricordando che in quel breve arco di tempo il canadese, allora venticinquenne, aveva cambiato stile di vita, iniziando la sua turbolenta relazione con l'attrice Carrie Snodgress e contraendo una tossicodipendenza da antidolorifici, e che nei set della Cellar Door (un minuscolo club con meno di duecento posti in cui registrarono dal vivo Miles Davis e Richie Havens, e con una storia interessante che trovate riassunta in questo articolo del Washington Post ) il repertorio è incentrato su "Everybody knows this is nowhere" e "After the gold rush", mentre le canzoni del mega-hit "Harvest" non ci sono ancora: fatta eccezione, in verità, per una "Old man" quasi surreale, nel silenzio che circonda le sue riconoscibilissime prime battute.

E' ancora una volta - come in "Massey Hall", come nel "Sugar mountain" datato 1968 - l'intimità della performance il vero motivo di fascino di queste vecchie bobine, la complicità tra artista e pubblico in un'atmosfera "dopata" d'altri tempi: quando, nel presentare "Flying on the ground is wrong", Young spiega trattarsi di una canzone sulla droga, sull'erba e sull'incomunicabilità tra chi ne fa uso e chi no, un membro del pubblico lancia un'esclamazione di convinta approvazione. E' il momento finale, più "psichedelico" e onirico del concerto, con il musicista divertito come un bambino dallo Steinway a coda che gli è stato messo a disposizione e le cui corde si diverte a percuotere per ricavare suoni profondi e risonanze che riempiono la sala prima che la malinconica melodia prenda il sopravvento. Il grande strumento è in effetti il coprotagonista della serata: Young lo corteggia, lo tocca, lo suona con rudimentale ma efficace approssimazione confessando candidamente di studiarlo seriamente da meno di un anno. Dalla sua tastiera vengono fuori una zoppicante "Cinnamon girl" per la prima volta suonata al pianoforte e un'altra ripresa dal vecchio repertorio Buffalo Springfield , la sognante "Expecting to fly", oltre a nitide versioni di "After the gold rush", "Birds", "See the sky about to rain". Puri esempi di poesia naif younghiana, come l'altra metà della scaletta eseguita tra accordi e arpeggi di chitarra acustica, tra la levità di "Tell me why" e "I am a child", l'invocazione sofferente di "Don't let it bring you down", lo spleen di "Only love can break your heart" e della rara "Bad fog of loneliness" (una outtake già comparsa sul cofanetto "Archives vol. 1 1963-1972 e sul live al Massey Hall che ricorda le atmosfere della successiva "The needle and the damage done") e l'intensità noir di una "Down by the river" ovviamente troncata della lunga jam finale, e dopo la quale - rivela il canadese - Young si sente sempre costretto a frenare, a rallentare.





"Non c'è sensazione più gioiosa di ritrovarsi in una stanza dove tutti amano la musica e sicuramente questo accadde con Neil Young", ricorda a proposito di quei concerti il fondatore del Cellar Door Jack Boyle. Impossibile dargli torto: "Live at the Cellar Door" è un'altra capsula spaziotemporale da gustare come un vino d'annata, anche se il sapore suona già piuttosto familiare. Young aveva sorpreso tirando fuori dagli archivi un ottimo live dai suoi vituperati anni Ottanta ( "A treasure" ), registrazioni del 1984-85 con l'eccellente ed effimera band di country elettrico International Harvesters) : chissà se la prossima volta estrarrà dai cassetti qualcosa di altrettanto inatteso e stuzzicante.
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