«FISHERMAN'S BOX - Waterboys» la recensione di Rockol

Waterboys - FISHERMAN'S BOX - la recensione

Recensione del 29 ott 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’era una volta il folk-rock. E c’è ancora. Oh, se c’è ancora. Anzi, probabilmente non è mai stato così forte - grazie a gente come Mumford & Sons e Fleet Foxes e alla presa che queste band hanno saputo avere sulle nuove generazioni più giovani, quelle per cui “Folk” era una parolaccia da nonni, fino a poco tempo fa. Quelle stesse generazioni, oggi, rispolverano i vestiti dei nonni, facendoli diventare “hip”. E anche la musica, rivisitata in chiave attuale.
Ma c’è un gruppo a cui si deve, negli ultimi decenni, la rinascita e il ritorno sulle scene del folk - ed in particolare di quello irlandese. C’è un disco che chi è cresciuto negli anni ’80 conosce bene. “Fisherman’s blues”. Un disco che aprì dei mondi, al tempo - inciso da una band che arrivava dalla “big music” - come recitava il titolo di una loro canzone - dalla stessa musica epica su cui erano cresciuti anche gli U2. I Waterboys di Mike Scott, scozzese trapiantato in Irlanda, un lungagnone dalle mille idee, dalle mille canzoni, padre-padrone di un marchio che ha radunato negli anni fior di musicisti, spesso espellendone anche di enormi (Karl Wallinger, che poi andò a formare i World Party) per conflitti di ego. Quello stesso ego che dopo l’apice “This is the sea” (1985) lo portò per tre anni a incidere centinaia di canzoni per esplorare appunto il folk rock: ne sarebbe venuto fuori un album storico che univa Dylan a Van Morrison, gli U2 ai Chieftains - il tutto con quell’epica e quella carica che solo il rock poteva avere.
Scott su quel disco ha vissuto di rendita: poi i Waterboys si sono persi e ritrovati, finendo nella nicchia più nicchia, conservando un manipolo di appassionati ma perdendo quell’inerzia da grande band che avevano avuto nella prima fase della carriera. Mike Scott ha tentato la carriera solista, poi ha rispolverato il marchio Waterboys, poi li ha riformati davvero (con Steve Wickham, violinista che diede la spinta folk alla band negli anni ’80). Dischi buoni, cose mediocri. E tanto materiale di quelle sessioni che venne ripubblicato, prima in "Too close to heaven”, disco “nuovo” fatto di vecchie registrazioni rielaborate (2001). Poi in una ristampa del 2006 con altre canzoni.
Adesso arriva “Fisherman’s box” - testimonianza definitiva di quel periodo di enorme creatività.
121 canzoni, più di 7 ore di musica, 85 inediti. I numeri fanno impressione, vero? Un’operazione retromaniaca gigantesca, probabilmente dispersviva come possono esserlo 6 cd (nella versione Deluxe c’è pure un disco aggiuntivo con le “fonti” di ispirazione). Canzoni (e spezzoni di canzoni) registrate tra il gennaio dell’86 e i primi mesi dell’88, centinaia di ore di studio di incisione che raccontano la storia della riscoperta di un genere musicale, con un gruppo di musicisti in stato di grazia, capace di passare dai Beatles di “Sgt. Peppers” (riletta due volte, in maniera improvvisata e per questo con la forza della spontaneità) a Van Morrison (la sua “Sweet thing”, che poi finì sul disco) a Woody Guthrie (“This land is your land”), a Hank Williams a Dylan (le cui riletture aprono e chiudono la raccolta con “Girl from the north country” e “Buckets of rain”) al repertorio tradizionale irlandese. Agli originali, non solo quello che diede il titolo al lavoro, ma grandissime canzoni come “World party”, “And a bang on the ear”, alcune delle quali in 3, 4 versioni completamente diverse.





“Fisherman’s box” contiene tutte le canzoni del disco originale e quelle delle edizioni successive, anche se sparse qua e là, conservando l’ordine cronologico delle sessioni. E contiene grandissime canzoni-jam (una strepitosa “As soom as I get home” da 25’, forse la cosa più bella del box), canzoni-canzoni completamente inedite, frammenti strumentali. Musica torrenziale nei suoni, nell’epica, nei riferimenti.
L’unica soluzione è farsi investire, mettere su, lasciarsi trasportare in una villa di campagna o nei Windmill Lane, gli studi di registrazione di Dublino degli U2, (dove l’album venne alla fine terminato). “Fisherman’s box” è sicuramente un’operazione ipernostalgica, diretta soprattutto ai quarantenni come me, che quel disco l’han vissuto in diretta. Ma è anche pieno di musica che conserva tutta la sua forza, che guardava indietro alla tradizione ma che forse era anche troppo avanti per essere capita fino in fondo. Una buona occasione per riscoprirla tanto più che il box con 6 CD poi costa una miseria, per quello che contiene: meno di 30€. La band, in più, sarà in tour in Italia a fine mese, dal 21 al 24 con un mini tour "Fisherman's blues revisited": anche quello da non perdere.
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