«HYDE PARK LIVE - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - HYDE PARK LIVE - la recensione

Recensione del 08 ago 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Al netto delle rivalità interne, dei gossip e delle biografie. Al netto degli spettacoloni con fuochi d’artificio e bambole gonfiabili giganti. Al netto di tutto questo e molto altro ancora: se i Rolling Stones, sono in giro da 50 anni, è perché quando salgono su palco dimenticano tutto ciò che li circonda, e tornano alla loro essenza, che è quella di una grandissima live band. Questo disco dal vivo lo dimostra, per l’ennesima volta: il repertorio, certo, sarebbe in grado di far ballare e divertire chiunque. Ma anche e soprattutto il sound - che suonino in un club, in uno stadio o ad Hyde Park.
“Ennesimo”, perché di album live ne hanno pubblicati un bel po’, gli Stones. Negli ultimi anni si sono fatti prendere anche loro la mano dai bootleg ufficiali (alcuni sono acquistabili sul loro sito, altri solo su Google Play). Ma qua l’occasione era troppo ghiotta per non documentarla: il ritorno ad Hyde Park dopo 44 anni, alla fine del giro di concerti iniziato per celebrare il mezzo secolo della band.

“Hyde park live” è una pubblicazione digitale in vendita solo su iTunes al modico prezzo di 10€. 19 canzoni tratte dai due concerti del 6 e 13 luglio scorso - una sorta di greatest hits (o quasi) dal vivo, con pochissime canzoni in comune con l’ultimo album dal vivo “regolare”, quel “Shine a light” colonna sonora del documentario di Martin Scorsese.
In realtà, in scaletta, oltre ai pezzi canonici - svetta una bella versione di “Satisfaction” di 8 minuti con Mick Taylor alla chitarra - c’è anche qualche chicca. Su tutte una torrenziale “Midnight rambler” sempre con Mick Taylor e le meno ovvie “Emotional rescue” (ah, quel falsetto di Mick Jagger...) e “Miss you”. Ci sono le due canzoni cantate da Keith Richards - non una di più non una di meno: uno degli aneddoti più belli di “Life”, la sua autobiografia, è quello che racconta le liti perché le sue canzoni in “Bridges to Babylon” erano ben tre, e e Jagger non ne voleva così tante (la diatriba venne risolta salomonicamente dal produttore Don Was mettendo “Thief in the night” e “How can I stop” in fondo al disco, con poca separazione, come se fosse un medley di una canzone sola).
Semmai spiace che nel disco digitale non ci siano dettagli sulla provenienza delle singole canzoni - anche se la scaletta è di fatto quella della seconda data - e che siano rimaste fuori chicche come “All down the line”, “Beast of burden” e “Bitch”, suonata con Gary Clark Jr. nella prima serata. Ecco, forse l’altra lamentela riguarda tutti i duetti con ospiti che gli Stones hanno organizzato in da dicembre ad oggi: che album live fantastico sarebbe stato una raccolta di questi ospitate?
Sia quel che sia: accontentiamoci di questo album, che è comunque più di un souvenir per chi - fortunato lui - è stato a quei concerti. Nulla di sconvolgente, ma al solito: è solo rock ‘n’ roll, ma suonato come Dio comanda.
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