«IN A WORLD LIKE THIS - Backstreet Boys» la recensione di Rockol

Backstreet Boys - IN A WORLD LIKE THIS - la recensione

Recensione del 05 ago 2013 a cura di Pop Topoi

La recensione

Prima degli One Direction, c'erano solo loro. I Backstreet Boys sono stati per anni il record da battere: più degli *N Sync, che non ebbero lo stesso successo fuori dal Nord America; più dei Take That, che furono un fenomeno perlopiù europeo. Con 130 milioni di dischi venduti, i BSB turbarono qualsiasi ragazza nata negli '80, diventarono il modello della boyband moderna e generarono una serie infinita di cloni sfigati finché, a un certo punto degli anni zero, qualcuno decise che le boyband non funzionavano più. Eppure, per quanto possa sembrarci strano da questa parte dell'Oceano, tutti i loro dischi (anche quelli che ci sono sfuggiti) sono entrati nella top 10 statunitense. L'ultimo, uscito una settimana fa, è ora al terzo posto della Billboard. Numeri così suggeriscono che "In a world like this" non è un ritorno, ma solo un altro capitolo nella storia di un gruppo che, pur non riscuotendo più il successo di un tempo, ha ancora un forte seguito in patria.
Se lo meritano? Sì e no. C'è qualcosa di molto rassicurante in questi cinque trentenni. (Già, trentenni: solo uno ha da poco superato la soglia dei 40.) (Hanno editato Wikipedia e si sono abbassati l'età, non c'è altra spiegazione.) Innanzitutto, se la sono giocata bene: uno è sopravvissuto alle droghe, uno a un fidanzamento con Paris Hilton e uno alla crisi, diventando un imprenditore di successo. Non hanno mai abbandonato il loro target, ma l'hanno inseguito mentre cresceva, sfruttandolo anche in modi piuttosto creativi (il tour coi New Kids on the Block e le crociere per signore coi membri della band sulla nave: geniale). Inoltre, e questo è il più grande sintomo di maturità artistica che possano dimostrare, conoscono i loro limiti. "In a world like this" è ancora una volta un esercizio di posizionamento perfetto: non c'è nessuna presunzione di reinventare la propria immagine o la propria musica, ma allo stesso tempo non è un album cristallizzato negli anni '90. Suona esattamente come dovrebbe suonare un prodotto dei BSB nel 2013: ottimista, sereno e romantico, ma mai nostalgico.




La traccia di apertura, nonché il primo singolo, è l'unica produzione di Max Martin. L'uomo che firmò i loro successi più memorabili spedisce loro un pezzone pop non brillantissimo, ma adatto al loro stile. Il video strappalacrime col messaggio di speranza completa l'opera e ci prepara ai temi dell'album: "Show 'em" è il tipo di canzone che ci si aspetta di sentire in uno spot di beneficenza (o nei montaggi dei talent show); "One phone call" è una gradevole power ballad dedicata alla persona che si chiama nei momenti di difficoltà; "Soldier" è un altro incoraggiamento, nel caso non fosse chiaro, a non mollare mai. Finiti gli inviti a non arrendersi alle disgrazie di questa vita che insieme possiamo rendere migliore, arrivano le dichiarazioni d'amore per le mogli o i figli. E sono stucchevoli come solo una boyband cristiana sa fare.
Amen, non è un disco per critici musicali o ascoltatori esigenti: è un album per le ragazze che si strappavano i capelli col video di "As long as you love me" e ora, per ammissione del gruppo stesso, probabilmente sono diventate soccer moms. Ma in un mare di ritorni discografici mossi più dalle necessità economiche che dalla voglia di fare intrattenimento, i Backstreet Boys si confermano una sicurezza. State certi che, finché potranno, continueranno a cantare a occhi chiusi con una mano sul cuore, a incidere ballatone romantiche e, soprattutto, a vestirsi molto male.
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