«GROWING BACK - Labradors» la recensione di Rockol

Labradors - GROWING BACK - la recensione

Recensione del 31 mag 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

“Growing back” è il disco d’esordio di tre ragazzi: Filippo Colombo, voce e chitarra, Fabrizio Fusi al basso e Filippo Riccardi alla batteria. La location è da spartire tra Milano e Como, e alla voce “curriculum” vanno segnalati i trascorsi del trio in vari progetti sparsi quanto indipendenti in età pre-Labradors e un Ep già come Labradors; “Roger Corman”, anno 2011. Rock‘n’roll, college rock, punk hardcore vintage o d’annata che dir si voglia; nei fatti un power trio. E nei fatti questo power trio si pone esattamente per quello che è. “Growing back” è una raccolta di dieci pezzi scritti e registrati da tre ragazzi che avevano voglia di scrivere e registrare dieci pezzi (le bugie poi hanno le gambe corte: i pezzi sono undici in realtà, ma una trattasi di bonus track e quella la emarginiamo) da ascoltare clamorosamente senza la benché minima pretesa. Materiale più-pop-che-punk dal tiro immediato, un approccio derivativo nato dall’amore per un background musicale ben definito ma che proprio in questo suo carattere iper esplicito trova ragione d’essere. In altre parole “Growing back” è un disco di genere e, come tale, va preso per quello che è, con i suoi pro (molti), e i suoi contro (pochi). E’ quello che abbiamo fatto noi con The Observer: lo vedo, mi piace, lo prendo.



Entrando dunque nel dettaglio dei pezzi, il disco si apre con “Punch”, un bel riffetto punk easy listening, un pezzo che va giù spedito con quel tocco di ruvidità che lo contraddistingue piacevolmente. Bob Mould (i Labradors sono andati a scuola di sintesi direttamente dal maestro) più un qualcosa dei Goo Goo Dolls. Prima di fare una brutta faccia però tenere presente che il riferimento non è alla band di “Iris” (o, peggio, a trio di adult rock americano sciatto e incolore di oggi) quanto a quella ben più fresca e spigliata del periodo “Superstar car wash”. “Be my Camille” ci va giù un po’ più pesante e storta, mettendo sul piatto un bel falsetto d’atmosfera, una mossa azzardata (il falsetto è sempre uno strumento duro da maneggiare) ma vincente; viene fuori il carattere. “Astrology” è un rock’n’roll di conferma in forma standard; ci sta. “Sundance” gioca la parte della ballata hardcore, un pezzo molto americano: se non sapessimo a priori che i tre sono un parto tricolore, staremmo qui a discuterne. “Wake up slow”, un intermezzo di poco più di un minuto, divide poi il lato A dal lato B. Un lato B che si apre con l’episodio più significativo della cucciolata Labradors, “Can’t go back”. Un pezzo semplice, preciso e ripulito; il singolo: melodia catchy, un bel ritornello da singalong e chitarra indie/hardcore a fare massa. Due minuti e quarantotto in stile Ash, diritti al nocciolo. Uno di quei pezzi da difendere a priori perché fioriscono in agosto. Discorso valido anche per “Afraid/happy”, la conferma di un equilibrio che i nostri hanno trovato e non intendono mollare. Vedi “Some of the kids”, massiccia, “Teenage sister”, schitarrata agrodolce da guidare a finestrini abbassati e la conclusiva “Village of the damned”, il lento che diventa veloce, la stilizzazione sghemba che deflagra in tributo; ai Foo Fighters. Uno spunto per il mio finale.

I Labradors sono un power trio e si comportano come tali. L’ho detto all’inizio, lo confermo alla fine. “Growing back” il buon disco d’esordio di una band sì ancora particolarmente legata da un debito di riconoscenza ai propri modelli, ma che è riuscita comunque a mettere insieme dieci pezzi che, senza dubbio, funzionano (immagino ancora meglio su un palco); musica che in radio io ascolterei più che volentieri senza farmi troppe domande. Power e pop. I Labradors sono arrivati fin qui sorretti dalla sicurezza che può dare un disco, un bel disco, di genere. Che non è semplice da scrivere, ah no. Il passo successivo sarà smarcarsi e iniziare a camminare definitivamente sulle proprie gambe, magari senza paura di metterci un pelo di estro in più. Bravi.
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