«IL BELLO E IL CATTIVO TEMPO - Elio Petri» la recensione di Rockol

Elio Petri - IL BELLO E IL CATTIVO TEMPO - la recensione

Recensione del 04 apr 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Facciamo le presentazioni, così poi le possiamo archiviare. “Il bello e il cattivo tempo” è il secondo disco degli Elio Petri. Il primo, “Non è morto nessuno”, è datato 2010 e firmato Elio p(e)tri, al singolare e con una partentesi per fare la differenza: ai tempi questa parentesi rappresentava il progetto musicale di Emiliano Angelelli. Oggi gli Elio Petri sono un band, senza più parentesi. E sì, il nome è un omaggio a Elio Petri, il regista. Ora, altre due info “logistiche” sul disco e poi passiamo alla parte “contenuti”: è stato registrato a partire dall‘Agosto 2011 tra l‘OstHello Musica di Perugia e Monte San Vito (Pg) da Daniele Rotella dei The Rust and the Fury, con la produzione artistica di Daniele Rotella stesso e Elio Petri. Otto i pezzi in scaletta di cui tre agghindati dal featuring di Mauro “Teho” Teardo e uno da quello di Marco Parente. Giriamo intorno alla mezzoretta di musica. Che musica? Ecco, qui viene il bello. Qui si capisce il motivo per cui gli Elio Petri sono finiti sulle pagine di The Observer, la nostra rubrica dedicata agli emergenti, la settimana scorsa.

“Il bello e il cattivo tempo” è un disco pop. Un disco vintage. Un disco sofisticato. Un disco di belle melodie tenute in caldo sotto una coperta di arrangiamenti minimali ma sempre molto raffinati. Un disco alternativo nell’essenza, con tocchi di surrealismo ben dosati e sferzate che vanno a lambire i confini del punk e, perché no, addirittura del post rock. Un disco che si distingue per la finezza del ricamo. Un disco che, lavorando per immagini e associazione, potrebbe tranquillamente essere utilizzato per fare da commento sonoro ad un’opera qualsiasi di Chagall; per come la vedo io. Sarà per quel modo così colorato e insolito di raccontare storie, o forse solamente questione d’atmosfera, con quel mix di dolcezza e spigolosità, morbidezza e carattere fissati su un’unica tela. O pezzo, che dir si voglia. Qui, come già detto, ce ne sono otto, e ognuno ha il suo perché.



L’immersione a fiato sospeso nel tenue mondo onirico de “Il disprezzo” (un titolo fortemente cinematografico). L’indole smooth sofficiosa e la bellissima coda a colpi di fiati della love song fortemente anomala “Mascella”. Il preludio quasi punk di “Vipera”, che prima cattura l’attenzione con tre colpi secchi e poi la vira su paesaggi alternativi su cui va a innestarsi un cantato quasi… cantautorale (e liriche al limite del montaggio analogico). E ancora: la ballata arrangiata alla maniera post rock, “Alga”, manco a dirlo atmosferica, dolce e molto ampia; che meraviglia meravigliosa quelle chitarre che si rincorrono sullo sfondo; che incanto il violino che emerge per prendere fiato giusto quando il pezzo deve respirare. La cupezza dark e massiccia di “Bruco” (e del suo testo a olio: “Un essere umano col corpo di bruco”). La minaccia dai toni alternative “Ti farò soffrire”, pesante e distorta, per quanto sempre pacata e con un finale da sospensione spazio temporale. Il non blues, ovviamente, di “Blues”, con quella serie di nomi di elettrodomestici che, arrivati a questo punto, non può non mandare la mente in orbita. Perché qui si cantano i nomi di una serie di elettrodomestici, un vero elenco. Assurdo? Funziona. Funziona anche la conclusiva “Capra astrale” (forse la migliore di tutte), poetica e anti-pop fino al midollo, vestita così bene.

E poi il disco sfuma; lo fa sul il verso “va tutto bene / va tutto a posto” cantato e cullato tante volte da Marco Parente. Il morale (o la morale?) è sottosopra, lo stomaco sfarfalla, la tromba accompagna il crescendo. Ed è quasi fin troppo facile chiuderla così.
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