«ONDE ALFA - Omid Jazi» la recensione di Rockol

Omid Jazi - ONDE ALFA - la recensione

Recensione del 22 mar 2013 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Ammetto, in questo caso specifico, di essermi avvicinato al disco in modo diverso rispetto alla mia solita routine. Questa volta niente comunicati, niente anteprime via youtube, nessun preconcetto (buono o meno buono) basato sul sentito dire: afferrato il disco, messo in circolo, ascoltato tutto. Non mi sono neanche preso la briga di leggere prima i titoli dei sedici (!) pezzi. Non l’ho fatto per non rovinare l’immagine ancora tutta da tratteggiare che avevo di Omid Jazi in versione solitaria. Un Omid Jazi che la maggior parte di noi ha conosciuto, infatti, nei panni del “quarto Verdena”. Me lo ricordo bene, Omid, sul palchetto del piccolo Comet Club di Berlino, o su quello del più capiente Latte Più di Brescia; spalla a spalla con i tre di Bergamo. Sembrava finita lì, poi, due anni dopo esce il Suo disco, un disco fatto “da solo”. Ho approfondito e ho scoperto che Omid nasce in pratica già musicista, figlio di musicista, e cresce, guarda un po’, avvolto nella musica; studiata, amata, suonata. Collabora a destra e sinistra in progetti musicali e fonda band come se non ci fosse un domani. Per chi si ciba di musica, la faccenda è sempre la stessa: o suoni o muori. Li conoscete i Water In Face? No? Sono un duo: Omid Jazi e Nevruz Joku. Lo conoscete Nevruz Joku? Sì che lo conoscete. Jazi e Joku. E i Verdena. Ma di Omid, solo di Omid, che si dice? E’ un disco a parlare per lui, a farlo emergere, finalmente, alla luce del sole. Ed ecco perché ho preferito lanciarmi sul disco senza saperne quasi nulla prima. Perché di sentito dire ne avevo già sentiti abbastanza: era ora di andare direttamente la fonte, senza interferenze.

Ed è curioso parlare d’interferenze, visto il titolo del disco d’esordio del nostro Omid, “Onde alfa”. Le onde Alfa, o meglio, il ritmo Alfa, conosciuto anche come "ritmo di Berger", è il ritmo basale dell'elettroencefalografia; viene registrato ad occhi chiusi in un soggetto sveglio ma completamente rilassato. Uno stato di semi-veglia dunque, dove realtà e sogno vanno a lambirsi; i colori si fanno più cangianti, i confini del reale più sottili. E’ in questa terra di confine (e, più concretamente, in uno studio isolato nella campagna modenese) che Omid partorisce la sua musica. Dai sogni arrivano i testi, dalla veglia la musica: cinquanta minuti di puro pop sperimentale; elettronico, sghembo, psichedelico, analogico, digitale e fosforescente, ma anche insolitamente malinconico e punk, irruento e vulnerabile. Omid, manco a dirlo, si produce, suona e incide in solitaria (oggigiorno basta un MacBook e il gioco è fatto), giusto per mantenere incontaminato fino in fondo questo personalissimo flusso di coscienza; una mano la accetta solo da Federico Alberghini dei Three In One Gentleman Suit, chiamato a dare un supporto in veste di batterista supplementare.



Queste le fondamenta. Da qui in poi entrano in gioco i pezzi nel loro specifico. Come già detto sono sedici. Per non stare qui a snocciolarli tutti uno per uno, prendiamo i più significativi per dare un’idea esaustiva del tutto: intitoliamo questo paragrafo “Sineddoche Omid Jazi”. “Onde alfa” si apre quindi con “L’aura”, tirata sintetica dal sapore di singolo, seguita da un altro buon singolo, “Ossitocina”. Anche qui: bella atmosfera synth+alt+rock; chitarra distorta e incedere quasi cadenzato. La cifra stilistica di Omid, uno che, liberatosi da qualsiasi pressione estetica, ha messo in piedi un disco interamente suo, privo di grandi melodie eppure, forse grazie anche per questo, tutto da esplorare. Tanti i cambi, tanti i saliscendi. Tanto basta. “Orsetto polare” è una ballata per voce e chitarra dalla deriva sintetica quasi surreale. “Memoria allocata” uno strappo punk iper essenziale alla Bluvertigo. “Reuptake” un divertissement elettronico di trenta secondi che lancia l’ennesima ballad crepuscolare, “Percorso della salute”, uno dei pezzi migliori e più allucinati del disco. Ed è proprio allucinato l’aggettivo che più di tutti calza a “Onde alfa”, e di rimando a Omid Jazi. “Kreuzberg”? Allucinato elettronico, manco a dirlo. “Hai un occhio carino”? Allucinato già dal bel titolo, poi bellamente anni Ottanta. Depeche Mode? Un po’, però alla maniera di Omid.

Che poi, fuori dai denti, è il succo del discorso: “Onde alfa” è un disco che si fa ascoltare perché dà qualcosa da ascoltare, qualcosa di personale. Capisco che messa così sembra un po’ un’ovvietà ma, visto il momento (musicale), fidatevi, non lo è. Un disco che sa tenere alto il livello d’attenzione stimolando i sensi, istigando la percezione. La percezione allucinata di Omid Jazi e del suo mondo dei sogni. Bello.
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