«THE 20/20 EXPERIENCE - Justin Timberlake» la recensione di Rockol

Justin Timberlake - THE 20/20 EXPERIENCE - la recensione

Recensione del 19 mar 2013 a cura di Pop Topoi

La recensione

"FutureSex/LoveSounds" è un album che per molte ragioni ha cambiato il pop: ha distrutto barriere tra generi musicali e rispettivi ascoltatori e ha scrollato una valanga di pregiudizi dalle spalle di uno che veniva dal Mickey Mouse Club e guidava una boyband da supermercato (a onor del vero, gli *NSync verso la fine tirarono fuori anche un paio di singoli dignitosissimi come "Pop", ma a quel punto le lettrici di Cioè avevano già staccato i poster dalle camerette). L'album è diventato ancora più importante perché ha dovuto aspettare quasi sette anni prima di avere un successore – sette anni in cui Justin Timberlake ha fatto di tutto fuorché canzoni: ha recitato, comprato un social network, fatto il talent scout, disegnato oggetti per la casa, rimesso a nuovo un campo da golf. Ha usato il suo fascino e la sua credibilità per non essere una celebrità qualsiasi bensì un marchio dall'aspetto infallibile (anche se il "suo" MySpace continua a non decollare) e ha rimandato più volte il suo ritorno musicale perché sembrasse il generoso regalo di un talentuoso miliardario.
Di certo non è stato tirchio, almeno in termini di minutaggio: 70 minuti per dieci canzoni. E questo è il primo grosso problema in "The 20/20 experience": la durata. I due pezzi migliori di "FutureSex/LoveSounds", "What goes around.../...Comes around" e "Lovestoned/I think she knows", erano, rispettivamente, di 7:28 e 7:23. Ma erano due dittici uniti da transizioni sorprendenti che arricchivano il contenuto musicale e tematico; erano, senza mezzi termini, due capolavori pop. In "The 20/20 experience", quando Justin varca la soglia del quarto minuto, è difficile trovare una giustificazione. Il nastro continua a girare riproponendo la stessa idea, lo stesso loop, le stesse parole ben oltre il tempo massimo consentito, ma poiché Justin è infallibile, nessuno deve aver osato fermarlo (e no, JT, dire "lo facevano anche i Queen e i Led Zeppelin!" non è un'attenuante). O forse la colpa è soprattutto di Timbaland, che sulla ripetizione ha costruito una carriera. Quando azzeccava il loop giusto, come nei classici di Missy Elliott e Aaliyah, era il migliore produttore in circolazione. Quando nel 2006 applicò la sua formula al pop con Justin e Nelly Furtado, tutti gli altri presentarono le dimissioni. Poi, il declino, iniziato con "Hard candy" di Madonna e finito con gli ultimi, piattissimi lavori di Missy Elliott. Anche per lui è un grande ritorno, ma decide che il modo migliore per rinfrescare i suoi suoni è portarli indietro nel tempo o verso altri paesi. Quella di ignorare EDM e dubstep dandosi a retromania ed esotismo è la decisione più saggia che Timbaland e Timberlake potessero prendere. "Strawberry bubblegum" strizza l'occhio a Barry White, "That girl" è un soul anni '60, "Suit & tie" è l'inno per l'uomo GQ che s'improvvisa crooner, mentre "Don't hold the wall" è un viaggio a Bollywood e "Let the groove get in" usa un campionamento folk dal Burkina Faso.


Eppure le tracce migliori dell'album sono quelle che più si distanziano dal concept: "Mirrors", che sembra un aggiornamento di "Cry me a river" e "My love", è l'unico pezzo che cresce e si evolve senza annoiare, giustificando un minutaggio così elevato; "Blue ocean floor" farebbe invidia a Frank Ocean, ma è stesa su un tappeto ambient che ricorda i primissimi esperimenti di Four Tet. Le ultime due canzoni, per fortuna, rialzano anche la media della qualità dei testi perché altrove la situazione oscilla tra lo scontato e il ridicolo. Ecco il secondo grosso problema di "The 20/20 experience": Justin sembra limitarsi a piazzare parole che stanno bene col ritmo, improvvisando, senza badare troppo al significato. C'è da sperare che nessuno si sia seduto a tavolino per scrivere "My little daisy / let me rock you like a baby baby baby baby" o per paragonare i dettagli anatomici della coppia Timberlake-Biel a un lecca-lecca al mirtillo e una gomma alla fragola. (Scegliete voi se arrossire o scuotere la testa o andare ad ascoltare "Il clarinetto" di Arbore.)
Malgrado il problema dei testi e della durata, The 20/20 experience è comunque un ritorno gradito, ricco di idee ed eseguito con grande cura per i suoni. Poco male se questa volta non cambierà il pop, basta che non ci faccia aspettare altri sette anni.
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