«ABRACACAO - Caetano Veloso» la recensione di Rockol

Caetano Veloso - ABRACACAO - la recensione

Recensione del 14 feb 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

E' necessario iniziare questa recensione con una doverosa premessa.
Caetano Veloso a 70 anni compiuti non è solo il più straordinario artista musicale dell'America Latina, ma possiamo tranquillamente accostarlo ai grandi nomi della cultura pop-rock ancora in attività come Bob Dylan, Leonard Cohen, Paul McCartney e Brian Wilson. E non solo per ciò che ha fatto e vissuto nel passato (la fondazione del movimento cultural-musicale Tropicalista, l'esilio politico a Londra, i dischi con Arto Lindsay, etc..) ma proprio per la sua produzione recentissima. Un vera e propria rinascita, ripartendo da zero, reinventandosi per l'ennesima volta.
Breve rewind.
Nello scorso decennio, complice il sodalizio con il violoncellista Daniel Morehlanbaum, Veloso aveva incontrato un successo pop globale e si era lasciato andare ad operazioni normalizzanti (partecipazioni a pellicole di Almodovar, omaggi vari a Fellini, duetti con popstar), tutte lecite, di qualità e figlie della voglia di cambiare che hanno sempre caratterizzato la sua carriera ma, come dire, troppo facili.
Questo “Abraçaço” fa parte di un'ideale trilogia – iniziata con "Çe" (2006) e proseguita con “Zio e Zie” (2009) - prodotta dal figlio Moreno e suonata con la Banda Çe, un trio di giovanissimi (la somma dell'età dei tre raggiunge a malapena quella del cantante bahiano), timidi ma dal tiro cazzuto e che rappresentano il nuovo Brasile, quello cresciuto con i Sebadoh, Pavement, Radiohead e i Vampire Weekend, con la voglia di rileggere la storia musicale brasiliana, troppo spesso legata a comodi e banali stereotipi.
Il disco parte subito con la voglia di stupire e meravigliare: il titolo del primo brano infatti è “A bossa nova è foda” che suona come "al diavolo la bossa nova! ". La voce di Caetano - dolce e incisiva, fragile e asciutta - conserva ancora incredibilmente la sua magia, come se il tempo non fosse passato. In tutto il disco si susseguono un'infinita gamma di timbri, registri e colori, dai falsetti farinelliani alle tonalità più profonde.


L'operazione di Veloso è chiara: scarnificare la ritmica del samba, elettrificandola, e distorcendo le melodie senza snaturarle. Transamba, la chiama.
In realtà la matrice rock che aveva caratterizzato fortemente i due precedenti dischi è presente solamente nei brevi solo del chitarrista Pedro Sà in “Um Abraçaço” e “Multo triste”. In “Impèrio dà lei” la ritmica bahiana diventa dispari e in levare, mentre in “Funk Melodico” Veloso è più che credibile in un inserto rap (del resto in tempi non sospetti le sue canzoni si basavano su elaboratissimi giochi di parole).
Gli amanti del Veloso più intimista esulteranno: il blues lieve di “Vinco” e la dolce “Quando o galo cantou” sono delle autentiche delizie. Ma Veloso non dimentica che la canzone è anche strumento di conoscenza, cultura e storia, così in “Um comunista” racconta la vita di Carlos Marighella, scrittore e politico di fede marxista che fu uno dei principali leader della lotta armata contro il regime militare che regnò in Brasile nel 1964 di cui rimase vittima e che peraltro costrinse all'esilio Veloso e gli artisti del giro Tropicalista.
Chiudono il disco le uniche due canzoni non scritte esclusivamente da Veloso. L'irresistibile (provate a star fermi, se ci riuscite) “Parabens”, scritta e cantata con Mauro Lima, e “Gayana” una dolce canzone d'amore composta da Rogerio Duarte e arrangiata splendidamente da Moreno Veloso.
Insomma, "Abraçaço" è l'ennesima occasione (la 49a, per la precisione) per conoscere e rivalutare un artista che ogni volta riesce a sorprendere e ad emozionare.
Caetano Veloso sarà ospite domani (venerdì) al Festival di Sanremo. Siamo curiosi di vedere come la sua arte sorridente sarà accolta nell'asfittico Teatro Ariston.
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