«CELEBRATION DAY - Led Zeppelin» la recensione di Rockol

Led Zeppelin - CELEBRATION DAY - la recensione

Recensione del 19 nov 2012 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Il dubbio dura lo spazio di un attimo. L'esitazione svanisce in un battito di ciglia. Il giudizio resta sospeso giusto il tempo di un accordo di chitarra elettrica. Le prime battute di "Good times bad times" (primo brano del primo album: una scelta inattesa ma simbolica, non casuale) sciolgono immediatamente la riserva: il 10 dicembre del 2007, alla O2 Arena di Londra, i Led Zeppelin hanno fatto sul serio (per poi sparire di nuovo). La prima reazione all'ascolto di "Celebration day", e alla visione del film che documenta la storica e forse irripetibile serata, è un sorriso compiaciuto, rassicurato, soddisfatto. Lo stesso che immagini sui volti di Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e il figlio di John Bonham, Jason, quando hanno riacceso amplificatori e microfoni nella sala prove degli Shepperton Studios e hanno capito che stavolta il Dirigibile avrebbe volato alto su Londra, senza il rischio di accartocciarsi su se stesso com'era successo nello spazio aereo di Filadelfia e di New York, al Live Aid e al quarantennale della Atlantic.

Era un punto interrogativo per tutti, un rischio neanche tanto calcolato. Ed è andata bene, benissimo, oltre ogni previsione. La formula segreta degli Zeppelin, più invidiata e imitata di quella della Coca-Cola, riprodotta per incanto quando nessuno - forse neppure loro - ci credeva più. Volevano ricordare perché si erano guadagnati la fama di migliore live band di tutti i tempi, come ai tempi eroici avevano conquistato il West: ci sono riusciti riaccendendo la miccia di una bomba sonora che contraddice logica e aritmetica, tre strumenti e una voce che sprigionano una potenza di fuoco quasi inconcepibile, ricostruendo quelle "cattedrali di luci e ombre" che sono il tratto distintivo della scrittura musicale di Page, architetto di suoni e mago della dinamica.

Era lui l'incognita più grande di questa rimpatriata. L'oggetto misterioso silente da anni, apparentemente disidratato nell'ispirazione. Non ha più la stessa fluidità di tocco, forse, ma sentite come tiene dritta la barra snocciolando i riff monumentali di "Black dog" e di "For your life" (una prima assoluta, sul palco, per il pezzo estratto da "Presence"). O come è ancora capace di spremere lacrime, dolcezza vellutata e gemiti sensuali dalla sua Gibson in "Since I've been loving you". Un solista ancora formidabile, un chitarrista ritmico diabolico. Plant, nel pieno di una seconda (o terza) giovinezza artistica e con un'emissione vocale che sa ancora essere poderosa, ha l'accortezza di abbassare la tonalità; consapevole di non poter riacchiappare gli acuti vibranti e squassanti della sua giovinezza, supplisce quando serve con il fraseggio, la nuance, il mestiere, i tempi giusti. E se i front men fanno la loro parte, i veri eroi della serata, forse, sono gli uomini di seconda fila: Bonham Jr., rodato da anni sui palchi di tutto il mondo, ha mandato a memoria i pattern di papà Bonzo, amplificandoli con un'agilità e un virtuosismo figli di questi tempi votati alla tecnica. E Jones, che con il basso sa essere allo stesso tempo àncora ritmica e puntello melodico ("Ramble on": un classico praticamente mai proposto dal vivo), si prende giustamente le luci della ribalta nel funk schiacciasassi di "Trampled underfoot", Stevie Wonder e James Brown che incrociano Robert Johnson al crocicchio (è la versione Led Zeppelin di "Terraplane blues", spiega Plant introducendola) e nelle spettrali, livide atmosfere di "No quarter". Assolutamente perfetta, quest'ultima, e una delle vette di uno show riproposto con pochissimi aggiustamenti in postproduzione (qualche imperfezione è evidente) insieme ai blues supersonici ed espansi di "In my time of dying" e "Nobody's fault but mine", Blind Willie Johnson lanciato in orbita tra stridori lamentosi di slide, un'armonica sbuffante e colpi di maglio sul rullante.

Il granitico set (niente chitarre acustiche e mandolini, stavolta. Niente folk inglese o dolci sogni di California) sciorina nella seconda parte quasi tutti i crowd pleaser, i pezzi più amati dal pubblico. Una "Kashmir" impressionante, accolta da un boato, e il bis liberatorio/celebrativo di "Rock and roll", mentre Page tira fuori dal cilindro l'archetto ("Dazed and confused", undici minuti e quarantaquattro secondi di psyco-rock d'altri tempi), il theremin ("Whole lotta love", il riff dei riff) e la chitarra a doppio manico e Plant indossa i vecchi panni del "back door man" calandosi senza patemi - a dispetto del suo reiterato imbarazzo - nel ruolo del bardo medievale di "Stairway to heaven", immancabile e come sempre irraggiungibile. "Ahmet, we did it!", sbotta il vocalist al termine dell'esecuzione rivolgendosi allo spirito di Ahmet Ertegun, il fondatore della leggendaria Atlantic Records. Lo hanno fatto per davvero. Missione compiuta, e forse questo è davvero il miglior happy ending possibile della storia. A che servirebbe replicare?
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