«FORMER LIVES - Ben Gibbard» la recensione di Rockol

Ben Gibbard - FORMER LIVES - la recensione

Recensione del 22 ott 2012 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

Cosa è capitato a Benjamin Gibbard ? Dove è finito uno degli hipster più seguiti - ma meno insopportabili - dell'ultimo decennio, dal melanconico piglio alternativo e quel suo "carino seguito funebre"? Pare che, dopo un bel po' di strada percorsa insieme ai Death Cab For Cutie , il leader del gruppo abbia sentito la necessità di staccarsi dalla carovana, un po' pesante dopo 15 anni di attività, e fare un giro da solo. Ebbene, quello che è capitato al ragazzone di Bremerton, nascosto dietro ai suoi grandi occhiali da vista, nel suo girovagare solitario - per rispondere alla domanda iniziale - è la California, o meglio Los Angeles. La città degli Angeli ha esercitato il suo fascino anche su uno che nel proverbiale grigiore di Seattle ha mosso i primi passi, come uomo e come artista, soffiandogli via un po' di foschia (almeno superficialmente) dai ricordi permettendogli di tirare un po' le somme sugli ultimi anni di vita. Il risultato non poteva essere che "Former lives" (vite precedenti, appunto) che, risparmiandoci digressioni filosofico- religiose, lo stesso autore definisce come un "uno sguardo sugli ultimi otto anni di vita, su tre relazioni differenti, il vivere in due luoghi diversi, il bere e il non bere".
Fatale e determinante è il ruolo di Aaron Espinoza, già leader degli Earlimart e amico di vecchia data di Ben nonché proprietario degli Ship Studios, presso i quali è stato registrato "Former lives". Secondo quanto dichiarato da Gibbard stesso l'intervento di Espinoza è stato fondamentale sopratutto per la concretizzazione di ispirazioni rimaste da tempo a uno stadio embrionale; sarebbe quindi un capriccio di stile, quel tono "mariachi" che da tempo aspettava il momento buono per dire la sua e che pervade buona parte della tracklist. "Sheperd's bush lullaby", che apre il disco, è una specie di nenia cantata tra amici al chiaro di luna, intorno a un falò in mezzo al Grand Canyon (in realtà il pezzo è stato registrato sull'iPhone, sotto la pioggia di Londra, ma questi sono dettagli sormontabili). "Something's rattling" è il cuore pulsante dell'intero lavoro, intrecciato alle radici di un vecchio canto cowboy (il Cowpoke) e alle voci femminili del Trio Ellas. Una canzone si chiama "Dream song" e suona come la spensierata e blanda cavalcata di un mandriano, alla ricerca di qualche avventura. Stessa cosa nel brano successivo, "Teardrop window", ma questa volta il mandriano se ne sta tornando a casa. Ben si è addolcito al punto da dar vita a una ballata romantica ("Bigger than love"), in coppia con Aimee Mann, ispirata alle lettere d'amore tra Scott e Zelda Fitzgerald.
In sintesi, "Former lives" sembra dividersi tra semplici, talvolta un po' banali, canzonette che si snodano tra chitarre arpeggiate, voce e poco altro ("Lily", per esempio o "Lady Adelaide") e brani più strutturati che rendono giustizia all'effettiva esperienza dell'artista, come "Broken yolk in western sky" e "A hard one to know". Punto di incontro dei due stili è "Oh, woe", sicuramente il pezzo meglio riuscito di tutto l'album, il più schietto, piacevole e meglio confezionato. A chiudere il cerchio e la parentesi "messicaneggiante" di Gibbard c'è "I'm building a fire": di nuovo si riaccende il falò, ci si siede attorno al fuoco, sotto il cielo stellato e si intona l'ultimo canto. Quello degli addii.




L'approccio pop, semplice e - non ditelo troppo ad alta voce - allegro con cui il Benjamin di adesso tira le somme sul Benjamin che fu, quello che militò nei tanto preziosi quanto fulminei Postal Service, per esempio, o che visse al fianco dell'altrettanto preziosa Zooey Deschanel, o della bottiglia (sua "cattiva compagna" in molti periodi della vita, ma a quanto pare accantonata da qualche anno ormai) è inedito, se si considera il personaggio, ma non brilla per originalità. Le 12 tracce che compongono il disco sono una storia a latere, non un nuovo progetto; chiudono un cerchio e, se proprio vogliamo fargli aprire una qualche finestra - giusto per far entrare un po' di aria fresca nella carriera di un artista che ha la tendenza a ripiegarsi su se stesso - lo fanno sul passato. Il risultato in fin dei conti è buono. Insomma: c'è a chi piacerà.
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