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Recensioni / 17 set 2012

Killers - BATTLE BORN - la recensione

Voto Rockol: 3.0/5
Recensione di Gianni Sibilla
BATTLE BORN
Universal (CD)
Ci sono band che si amano o si odiano, praticamente quasi senza via di mezzo. Sono solitamente quelle band che mirano in alto, tendono non solo a fare ma a strafare e spesso ci riescono pure. Come i Muse, o come i Killers.
Le due band condividono quelle aspirazioni epiche che spesso generano amore o fastidio profondo. I Muse portano a livelli stratosferici - vedremo il prossimo “The 2nd Law” - mentre i Killers rimangono più fedeli alla forma canzone. Ma il loro mix di rock, retropop e toni messianici è un impasto di quelli che generano canzoni bellamente appiccicose e/o melodie grandiose al limite della strafottenza.
E’ il loro bello e il loro brutto: e tutto si ritrova ancora una volta in "Battle born", nonostante siano passati quattro anni da “Day&Age”. Il disco mette assieme produttori tra loro diversissim come Steve Lillywhite, Brendan O'Brien e Stuart Price. Ovvero il rock anglosassone (Lillywhite), quello americano (O’Brien), il pop danzereccio (Price): che sono esattamente le componenti della musica dei Killers. La band ha introiettato il suo Springsteen interiore - quello che era esploso con (troppa) forza in “Sam’s town”. Oggi quell’afflato si sente nella costruzione delle melodie e nel tono declamatorio, come in “Runaways”. Tornano i consueti riferimenti al new wave-rock a-là New Order (“The rising tide”, ma d’altra parte a quella band i Killers devono il nome).



La presenza di diversi nomi non pregiudica troppo l’omogeneità del disco, tranne quando arriva, per una canzone soltanto, nientemeno che Daniel Lanois: “Heart of a girl” è forse il momento migliore di "Battle born", quello diverso da tutto il resto in cui capisci che i Killers potrebbero anche scegliere un atteggiamento mininalista e funzionerebbero bene lo stesso, probabilmente anche meglio. La canzone in sé è buffa, perché capisci che però non ce la faranno mai ad essere minimalisti: parte piano piano, quasi sussurrata, in puro stile Lanois, poi cresce cresce fino a diventare un inno alla U2.
Non ce la fanno proprio ad essere diversi, i Killers; sono, appunto, questa cosa qui: prendere o lasciare.