«THE CHERRY THING - Neneh Cherry» la recensione di Rockol

Neneh Cherry - THE CHERRY THING - la recensione

Recensione del 25 giu 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Quanti anni sono passati? 16, dall'ultimo album. 23 da "Raw like sushi" che la lanciò nello staremo musicale di fine anni '80. 18 dall'ultimo grande successo, quella "7 seconds" cantata con Youssou N'Dour. Tanto che è probabile che in molti manco sappiano chi sia, Neneh Cherry. Non conoscono la sua voce splendida, la sua capacità di mischiare stili e generi.
Non è sparita del tutto: si è sposata, ha fatto musica con il marito sotto la sigla Cirkus. Ma "The Cherry Thing" è di fatto il suo primo disco in tutto questo tempo. Ed è uno di quei lavori che ami immediatamente o odi all'istante. Dimenticatevi il pop raffinato e contaminato, l'elettronica. Qua si fa sul serio: l'album è inciso assieme a The Thing, combo jazz della natia Svezia, che deve il nome ad una composizione di Don Cherry.
Neneh è figlia adottiva del grande jazzista, compagno di avventure di Ornette Coleman nella sperimentazione estrema del free jazz ed è questo il mondo in cui si muove l'album. Un “power trio” jazz fatto di sax, basso e batteria, e la sua voce, su 8 tracce: due originali diverse cover.
Non è un disco estremo come le cose estreme del free-jazz, perché la forma canzone c’è, e supporta la sempre splendida voce di Neneh Cherry. Ma quelli di The Thing pestano ben ben benino, con i loro strumenti. “Dream baby dream” è probabilmente il capolavoro dell’album: un’ipnotica composizione dei Suicide, già riletta da Springsteen per chiudere i suoi concerti solisti del 2006. Qua la sezione ritmica sostiene gli assoli del sax, con la voce a ripetere ossessivamente “Dream, baby dream”, per 8 minuti: un vero gioiello.
Il bello dell’album è che Neneh Cherry riesce a mantenere il suo “groove”, la sua propensione alla melodia anche senza l’elettronica: lo dimostra la rilettura di “Too tough to die”, brano della sua erede Martina Topley-Bird (prima vocalist di Tricky, poi solista contaminata anche lei: la canzone venne originariamente incisa per il suo primo disco, gioiello che risponde al titolo di "Quixotic", 2003).
Tutto il progetto "The Cherry Thing" è nato da jam collettive - la Cherry si è incontrata con il gruppo ad un concerto nel 2010, e da improvvisazioni è nato il feeling; ma nell’album l’insieme ha trovato una sua coesione, che conserva le origini jazz ma anche la melodia vicina al pop: ed è questa riuscita unione di opposti a rendere interessante il progetto.
Insomma: non è un disco semplicissimo, “The Cherry Thing”. Ma è sicuramente una delle cose più affascinanti e originali che vi può capitare di sentire di questo periodo. E già questo è un motivo sufficiente. Poi, il ritorno di Neneh Cherry... Ecco, speriamo che sia un ritorno vero e non estemporaneo, perché la voce e il personaggio sono ancora più affascinanti.

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