«BANGA - Patti Smith» la recensione di Rockol

Patti Smith - BANGA - la recensione

Recensione del 05 giu 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è ancora spazio per dischi come “Banga”, fatti con modi d’altri tempi, cullati, seguiti finché si deve? Ci deve essere spazio, anche se solo artisti come Patti Smith se li possono permettere, per statura, carisma (e possibilità).
“Banga” è il suo primo disco di inediti in otto anni, da “Trampin’”. In mezzo, “Twelve”, disco di cover, un libro ("Just kids") che ha avuto un successo inatteso, tanti concerti, e tanta Italia. Tanto che a noi potrebbe sembrare incredibile un’assenza di Patti Smith, che in realtà è stata solo discografica.
C’è tanta Italia anche in questo disco: a partire dal libretto - d’altri tempi, davvero - in cui Patti Smith, racconta con dovizia di particolari la lunga gestazione di "Banga" e delle sue canzoni, che han richiesto tempo e dedizione. I primi semi sono stati gettati durante una crociera sulla Costa Concordia - sì, proprio la nave poi naufragata al Giglio: fa un po’ impressione pensare a Patti Smith tra un’animazione e un piano-bar, ma le foto la ritraggono placida sulla plancia a contemplare il mare, quasi fosse una pensionata. E poi due canzoni incise con la Casa Del Vento ad Arezzo, tra cui la lunga suite “Constantine’s dream”, ispirata dalla visione di un quadro di Piero Della Francesca nella città toscana.

Patti Smith è tutt’altro che una pensionata, però, e ha sfornato uno dei dischi migliori - se non il migliore - dal suo ritorno a fine anni ’90. Dalle note e dal recitato iniziale di “Amerigo” (dedicata al navigatore Vespucci) al finale con la cover di “After the gold rush” di Neil Young, è un’ora di puro rock, dove la purezza non è un modo di dire, ma uno stato d'animo, un suono.
Canzoni-canzoni cantate con una grazia, un carisma e una forza che han pochi pari: che sian dedicate al disastro nucleare giapponese - “Fuji-san”, uno dei brani più energici del disco; che siano dedicati a icone scomparse - le delicate “This is the girl”, scritta per Amy Winehouse e “Maria”, per Maria Schneider, l’attrice de “L’ultimo tango a Parigi”; che siano dediche indirette come “Nine”, originariamente composta come regalo di compleanno per Johnny Depp. Che siano queste cose o altre ancora, Patti Smith rimane disarmante, anche quando fa cose che nella bocca di altri potrebbero sembrare kitsch (come la frase “This is the wine of the house” nella canzone su Amy Winehouse, o il coretto di bambini sul finale di “After the goldrush”, con il testo modificato per il 21° secolo).
E’ un disco meraviglioso, “Banga”: una meraviglia familiare, ma non per questo meno potente. E grande merito lo si deve alla band, al "direttore musicale" Lenny Kaye che la accompagna fin dagli esordi, che assieme ai suoi musicisti - e a qualche ospite, come Tom Verlaine, che ricama due assoli mozzafiato in “April fool” e “Nine” - cuce attorno ai testi di Patti Smith canzoni semplicissime eppure efficacissime, con strutture fatte di chitarre e poco più, ma con un suono che è l’essenza del rock. A Lenny Kaye si renderà mai merito abbastanza, nascosto com’è dall’ombra gigante della voce e della presenza di Patti Smith.
Insomma, un disco d’altri tempi eppure attualissimo nei riferimenti e nella volontà, anzi nella necessità di essere inattuali per raccontare in modo puro persone, storie, visioni. Una purezza che solo grandi artisti come Patti Smith sanno esprimere e tradurre in grandi canzoni come quelle di “Banga”.

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