«YU HU - Intercity» la recensione di Rockol

Intercity - YU HU - la recensione

Recensione del 13 apr 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Ad oggi, uno dei migliori album italiani del 2012, se non addirittura il migliore in assoluto: “Yu hu”, secondo lavoro in studio dei bresciani Intercity. Quindici pezzi per quasi cinquanta minuti di musica. Pop d’autore, ipnotico, ispirato, soffuso, elegante come pochi. Per chi ancora non li conoscesse, gli Intercity nascono nel 2004 come Edwood: tre album all’attivo per loro, tutti rigorosamente cantati in inglese. Dal 2008 le cose cambiano, il progetto evolve, la formazione si stabilizza: a Fabio e Michele Campetti e Pierpaolo Lissignoli si aggiunge la cantautrice Anna Viganò. L'anno successivo esce il disco d’esordio, “Grand piano”, un lavoro convincente, in italiano, che mette subito gli Intercity in evidenza, senza però strafare. Passano tre anni, la band suona e affina lo stile. Soprattutto si ascoltano molto i Cure e gli Stereolab: “Yu hu” parte da qui.

Prodotto da Giacomo Fiorenza (precedentemente al lavoro tra gli altri con Paolo Benvegnù, Giardini di Mirò, Offlaga Disco Pax e Moltheni), “Yu hu” è un disco completo, emozionate, coinvolgente. Di base, come già detto, fondamentalmente pop, eppure ricco di sfumature indie / alternative, date da un lato dall’esperienza Edwood, dall’altro dalla profonda affinità con i cosiddetti numi tutelari sopra citati. Nascono così melodie dalla presa immediata, intrise di malinconia e con un retrogusto vagamente vintage dato in primis dalla scelta (vincente) di registrare il tutto in analogico. Si parte con “Piano piano” track d’apertura chiamata a stabilire il “canone”, la cifra stilistica, rendendo omaggio a chi ha in qualche modo condizionato l’intero album: “… le poesie di Emily (Dickinson? N.d.R.) / ripresa Wong Kar-Wai / un classico Rachmaninov / l’Lp “Pornography” / giardino di cemento/ l’asma a primavera / una notte di parole / che scende piano piano…”. Citazioni colte, atmosfere delicate per un inizio folgorante, supportato da una tripletta altrettanto convincente: “Neon”, “Smeraldo” e soprattutto “Anfiteatro” confermano pienamente le impressioni iniziali, ma è con “Nouvelle vague” e “L’elettricità” che si tocca l’apice del disco. La prima una ballata malinconica, manco a dirlo estremamente cinematografica, impreziosita da una sezione di archi perfettamente amalgamata con la voce di Fabio Campetti, qui alle prese con uno dei pezzi più difficili, in termini d’interpretazione, dell’intero disco; la seconda una perfetta sintesi pop con melodia semplicissima eppure incredibilmente efficace, ritornello killer da ripetere ad libitum e strepitoso cambio a tre quarti con una Anna Viganò chiamata a guidare il meraviglioso crescendo finale: “calmami / con quel colpo straziami / senza mai deludermi / senza mai sorridermi”. Niente da dire: un pezzo di un'altra categoria. E via così: potremmo continuare sulla stessa linea per tutte le altre perle di “Yu hu”, dall’ottima “Overdisco” passando per la ballata in punta di piedi “Terrore esotico”, fino alle conclusive “Mondo moderno” e “Anti”.

Il consiglio allora è di inserire il disco nello stereo e farlo scivolare lento dall’inizio alla fine, senza interruzione, per godere al meglio di un lavoro sostanzialmente privo di difetti.
Arrivati al fatidico secondo album, gli Intercity erano chiamati a confermarsi dopo il promettente esordio di tre anni fa. Con “Yu hu” non solo si sono confermati, ma ci hanno addirittura regalato un lavoro in grado di spostare l’asticella ancora più in alto, e per giunta non di poco. Dischi così non capitano tutti i giorni. Noi li abbiamo selezionati per The Observer, l’osservatorio di Rockol sui talenti emergenti (e non) di casa nostra. Fatelo anche voi. E poi non dite che non vi avevamo avvertito.

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