«LIVE AT THE CARNEGIE HALL - Caetano Veloso & David Byrne» la recensione di Rockol

Caetano Veloso & David Byrne - LIVE AT THE CARNEGIE HALL - la recensione

Recensione del 12 mar 2012

La recensione

Curiosi, cosmopoliti, intellettualmente vivaci, frugali nello stile e molto cool, con un passato musicalmente rivoluzionario alle spalle (il movimento tropicalista, i Talking Heads), Caetano Veloso (classe 1942) e David Byrne (1952) si assomigliano come due fratelli di sangue (i capelli bianchi donano a entrambi un'aura di autorevolezza senatoriale), accomunati dall'interesse nei confronti della musica brasiliana che il secondo, statunitense di origini scozzesi, ha cominciato a coltivare con entusiasmo dai tempi di "Naked"(con le Teste Parlanti, 1988) e di "Rei Momo" (1989) e che da allora non lo ha più abbandonato. Cosicché, quando Veloso è stato incaricato di curare un programma per la serie "Perspectives" alla Carnegie Hall di New York nella primavera del 2004, ha pensato subito di invitare Byrne, "il primo musicista rock in grado di comprendere davvero l'essenza della musica brasiliana".
La loro consonanza di intenti e di idee è evidente nel documento sonoro di quella serata, che - chissà perché - esce solo ora, a otto anni di distanza: una di quelle performance intime, colloquiali, quasi cameristiche, che si gustano appieno solo in carne ed ossa o almeno con l'ausilio delle immagini. Con il solo supporto audio a disposizione risulta più difficile appassionarsi e farsi coinvolgere, anche se nella veste spoglia e "unplugged" della rappresentazione si colgono il gusto, l'intelligenza, la cultura dei due protagonisti. Inizia Caetano, in un'atmosfera di religioso raccoglimento e assoluta concentrazione del pubblico, con la programmatica "Desde que o samba é samba", il lirismo struggente di "Você é Linda", la bossa nova di "Sampa", la più mossa "O Leãozinho" salutata da grandi applausi. Il set si anima con l'ingresso in scena del violoncellista Jacques Morelenbaum, che Veloso presenta come suo "amico e maestro", e del percussionista Mauro Refosco, da tanti anni alla corte di Byrne: il quale si materializza per fare da controcanto a Caetano nella sua "The revolution", lieve e nostalgico souvenir pescato dal quasi dimenticato "Look into the eyeball" del 2001.
E' a quel punto che per il pubblico di estrazione rock le cose cominciano a farsi più interessanti, anche se Byrne ricorda ora di essersi sentito terribilmente nervoso, su quel palco e in quell'occasione, e di avere anche sbagliato un paio d'accordi. Verso la fine del programma i due protagonisti duettano ancora in un paio di occasioni ("Dreamworld: Marco de Canaveses", ripescata dalla compilation del 1999 "Onda sonora: Red hot + Lisbon", porta la firma di entrambi), Veloso riaffiora con un pezzo scritto dal figlio Moreno ("Ilê aiyê", titolo guida dell'omonimo documentario che Byrne dedicò nell'89 al culto Candomblé nella regione brasiliana di Bahia), ma è il lunatico David a divagare con la sua forma strana e meticcia di American music speziando il menù della serata con le sue melodie cantilenanti ("Everyone's in love with you"), il suo humour freddo e sottile ("She only sleeps", quasi cabarettistica, strappa più di una risata alla platea) e, naturalmente, qualche selezionato pezzo forte dall'invincibile repertorio Talking Heads: bastano la sua chitarra acustica e le percussioni di Refosco a imprimere ritmo ed energia a "And she was", a "Life during wartime" ("una canzone che col passare del tempo diventa sempre più appropriata. O forse meno appropriata", introduce l'autore), alla sempre irresistibile cavalcata di "Road to nowhere" scandita dai battimani e dalle urla liberatorie di Byrne nel finale, all'ironico ecologismo di "Nothing but flowers" (dove si immagina un nuovo paradiso terrestre in cui una natura rigogliosa si prende la rivincita su fabbriche, automobili, shopping malls, Pizza Hut e Seven-Eleven), alla melodia soave di "Heaven" ("un posto dove non succede mai niente").
Le conosciamo a memoria, queste versioni non aggiungono nulla di nuovo ma stanno ancora in piedi restando fedeli a una regola che Byrne iniziò a codificare tanti anni fa con quella leggendaria versione per voce, chitarra acustica e beatbox di "Psycho killer" (ricordate l'indimenticabile inizio di "Stop making sense" di Jonathan Demme?). Ventun anni dopo, sul palco della Carnegie Hall, David non è più lo spiritato performer di allora: ma quel guizzo di lucida follia, quell'affascinante lotta intestina, biologica e culturale, tra la sua cerebralità da intellettuale newyorkese e il ritmo ancestrale che gli pulsa nelle vene sono ancora lì.




(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

03. Sampa
06. Manhatta
14. Dreamworld: Marco des Canaveses
15. Ilê aiyê
17. Terra
18. Heaven
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