«WAKE UP AND DREAM - James Maddock» la recensione di Rockol

James Maddock - WAKE UP AND DREAM - la recensione

Recensione del 24 gen 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ una storia che, da sola, vale la pena di essere raccontata: un inglese con una voce degna di Rod Stewart, che da Leicester si trasferisce in America al seguito di una donna. Suona, e arriva ad avere un contratto discografico con la Columbia. La sua band firma un disco di cui la critica parla bene, le sue canzoni finiscono nelle serie TV giuste. Ma poi si molla con la donna. E smette di fare dischi per quasi nove anni.
Poi, ad un certo punto, decide di tornare come solista. Nel frattempo ha incamerato storie e canzoni. Suona sempre al Village. E diventa uno dei nomi più amati dal pubblico rock della grande mela. Un inglese che insegna agli americani come si fa il rock americano...
Eh, si: questo fa James Maddock. Rock americano “tradizionale”, ma fatto come dio comanda. Non è un caso pochi giorni fa sia stato invitato al finale del “Light of day” (tour benefico messo in piedi da compagni e amici di Springsteen, appuntamento fisso per amanti e fan) e che sul palco del Paramount Theater di Asbury Park ci fosse anche lui a duettare con il boss.
Ma sarebbe limitante definirlo come un emulo di Springsteen: dai trascorsi con i Wood, con cui debuttò nel 2000 per poi sparire per anni, alla sua riemersione come solista nel 2009 con “Sunrise on avenue C”, Maddock pesca dalla tradizione americana, ma con personalità, ottima scrittura e una voce di grandissimo impatto. “Wake up and dream”, uscito lo scorso anno e che Maddock porterà in tour in Italia in questi giorni, ne è la perfetta dimostrazione.
Fin dall’apertura di “Beautiful now” (co firmata con Mike Scott dei Waterboys) ci sono quei suoni e quelle melodie che gli appassionati conoscono bene, ma con una voce roca e davvero espressiva.



Forse un buon termine di paragone, musicalmente, sono i Crows: e non è un caso che David Immergluck (chitarrista del gruppo ma già con John Hiatt e altri) si sia innamorato del progetto, abbia suonato nel disco e sia in tour con Maddock (anche in Italia): una canzone come “Stella’s driving” sembra arrivare dritta dal repertorio di Adam Duritz e soci, ma la diversità sta nell’interpretazione, nel tono credibile della voce di Maddock.
Ancora meglio di questo disco è “Live at Redwood Music Hall”, uscito l’anno scorso e documentazione di uno dei tanti show nel locale del Village che è diventato la casa musicale di Maddock: le canzoni del primo disco, quelle dei Wood rilette con la nuova band.
Insomma: se vi piace il genere, Maddock è assolutamente da ascoltare, sia per le canzoni che scrive, sia per come le canta.

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