«DECADANCING - Ivano Fossati» la recensione di Rockol

Ivano Fossati - DECADANCING - la recensione

Recensione del 03 ott 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il titolo di questo disco può lasciare un po' interdetti. Un semplice gioco di parole sull’ambiguità della parola “Decadance”, tra francese e l’assonanza con il verbo inglese, anche se l'immagine del ballare sulle rovine rende perfettamente l'atmosfera di questo periodo.
E fa anche un po’ impressione pensare che “Decadancing” sarà l’ultimo disco di Ivano Fossati, che ha annunciato il suo ritiro dopo il tour che seguirà a quest’album.
Però "Decadancing" è un titolo che ha un senso, perché questo è un disco contemporaneamente molto classico, che segna un addio di quelli che Fossati è bravissimo a raccontare, ma anche un disco di forti contrasti.
Come la canzone che apre l’album, che racconta la rovina che ci circonda, che empatizza con chi passa la frontiera. Ma lo fa su una base allegra, tutt’altro che decadente, con un giro di chitarra incalzante, quasi retrò nel suo sound ’70-’80.
E’ un disco classico, dicevamo: se Fossati aveva già in mente di abbandonare le scene dopo quest’album, ha deciso di lasciare il migliore dei ricordi possibili, con un album fatto di grandi canzoni. Dove per canzoni si intende non soltanto le parole - nella cui arte Fossati è enormemente bravo, uno dei più bravi che la nostra storia musicale abbia mai avuto. Ma anche la musica e l’interpretazione.
Musicalmente, “Decadancing” è un disco “dritto”, ma profondo: fatto di suoni semplici eppure stratificati, di canzoni che cercano la strada più semplice per portare il messaggio, ma non per questo cadono nella banalità, sia che usino tempi sostenuti (“La sconosciuta”, “La normalità”), sia che scelgano la forma della ballata (la bellissima e tristissima “Settembre”, storia della fine di un amore: se gli addii nella vita reale fossero tutti come nelle canzoni di Fossati, verrebbe voglia di lasciare/essere lasciati tutti i giorni). E poi c’è l’interpretazione, quel modo di porgere parole che è solo di Fossati, e che forse è la cosa che ci mancherà di più, e che torneremo a cercare in dischi come questo. Un modo che rende uniche storie già forti come “La normalità”, “Un natale borghese”, “Laura e l’avvenire”: canzoni forse meno esplicite politicamente de “La decadenza” o “Quello che manca al mondo”, ma che esplorano il privato, perché anche il privato è politico - come si diceva negli anni ’70.
Perché Fossati è così: uno sguardo lucido, impietoso su quello che ci gira intorno. Mai uno sguardo cinico, privo di quel cinismo che che ci sta abituando al peggio. E’ questo sguardo che ci mancherà di più, ma la gioia di avere dischi come questo, quella non ce la potrà levare nessuno.

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