«VELOCIRAPTOR! - Kasabian» la recensione di Rockol

Kasabian - VELOCIRAPTOR! - la recensione

Recensione del 03 ott 2011

La recensione

I Kasabian in questi anni hanno sempre dimostrato di avere le idee abbastanza chiare. Visto il tramonto del Britpop alla fine degli anni '90, la band di Serge Pizzorno e Tom Meighan ha capito che il vuoto lasciato da gruppi come Blur, Suede e Oasis era un'occasione da non lasciarsi scappare. Per questo, fin dall'omonimo esordio nel 2004, il gruppo originario del Leicestershire si è imposto con la sua sfrontata ricetta sonora: rock dal gusto vintage mescolato all'elettronica dei club britannici, un po' Rolling Stones un po' Primal Scream. Il nuovo album "Velociraptor!" non fa che confermare questa direzione.
Stavolta però, la band ha alzato ancora di più il tiro. "Velociraptor!" è infatti il disco più epico e ambizioso dei Kasabian, che a tratti ha quasi un respiro da colonna sonora cinematografica. Non è un caso se l'iniziale "Let's roll just like we used to" inizia con dei fiati alla Morricone che fanno molto "Spaghetti western", salvo poi aprirsi in una nenia rock sulla falsariga di "Paint it black" degli Stones. La successiva "Days are forgotten" è uno tra i singoli migliori che abbiamo sentito in radio quest'anno, un pezzo in classico stile Kasabian con un bel tiro, un giro di basso killer e il ritornello giusto. Dove Tom Meighan può sfoggiare il meglio della sua "arroganza" vocale e Pizzorno gli fa eco in un coretto che sa molto di "Immigrant song".
A rallentare il ritmo indiavolato dell'inizio ci pensa subito la ballata "Goodbye kiss", altra potenziale hit arricchita da passaggi in stile pop anni Sessanta che piacerebbero molto a Phil Spector. "La Fée Verte", presa per mano vocalmente dal chitarrista Serge, è invece il primo momento più schiettamente onirico dell'album, con tanto di suggestioni beatlesiane. Insomma i ragazzi sono citazionisti, ma sanno farlo bene.
Il disco riesce a non perdere d'intensità anche nella seconda parte: la titletrack "Velociraptor!" è breve ma implacabile, mentre "Acid Turkish bath (Shelter from the storm)" è lunga e barocca, ma affascinante: un brano arioso e ancora dalle suggestioni cinematografiche, ma che al tempo stesso azzecca ancora una volta un ritornello perfetto. Sicuramente il picco del disco, insieme a "Days are forgotten".
Ritornelli, dicevamo. Ce ne sono tanti (e buoni) in questo disco. La sincopata "Man of simple pleasures" ne ha un altro niente male, costruito sulle armonie vocali del "monkey man" Ian Brown. L'acidissima "Switchblade smiles" invece, scelta a sorpresa come singolo di lancio, è il pezzo più ostico del lotto ma comunque funziona. Un po' fiacca invece la conclusiva "Neon noon", forse non all'altezza dell'epicità del resto del lavoro. Poco male.
Insomma, "Velociraptor!" è il disco della conferma. Non è il lavoro migliore dei Kasabian - per chi scrive il loro apice resta "West Ryder Pauper Lunatic Asylum" - ma li conferma come una delle realtà più interessanti del rock inglese attuale. Con un piede nella Swingin' London e un altro nelle notti della Madchester che fu. Due estremi tra i quali il gruppo riesce sempre, per fortuna, a stare in bilico.


(Giovanni Ansaldo)
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