«DRUMS BETWEEN THE BELLS - Brian Eno» la recensione di Rockol

Brian Eno - DRUMS BETWEEN THE BELLS - la recensione

Recensione del 21 ago 2011 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Non sono, lo dico subito, un Eno-logo competente. Sono un estimatore dell’artista: che ho seguito da molto vicino finché sono riuscito a farlo - cioè fino a quando la sua produzione è rimasta al mio livello, che è quello di un fruitore appassionato ma non specialista. L’ho già scritto recensendo per Rockol “Small crafts on a milk sea”, e se volete capire meglio la mia posizione la potete trovare in quella recensione, descritta con abbondanza di esempi e motivazioni.
Adesso esce (anzi, è uscito da un po’) il secondo disco di Eno per la Warp, e dopo averlo ascoltato, e prima di scriverne, non fidandomi della mia capacità di valutazione critica mi sono andato a leggere un po’ di recensioni uscite qua e là nel mondo. Come al solito, il personaggio suscita un po’ di soggezione, un quasi reverenziale timore di dirne meno che bene; ma ho trovato anche, su “Drums between the bells”, qualche giudizio piuttosto severo.
Il disco, del resto, è di quelli che inevitabilmente polarizzano le opinioni; non è una raccolta di “canzoni”, o di “tracce”, ma di episodi di spoken word accompagnati da musica. Ci sono, cioè, diverse voci (ne farei volentieri i nomi se avessi il disco nella confezione definitiva: ma ho il sospetto che non ci siano nemmeno lì): di persone al di fuori dell’ambiente artistico, come l’avvocato di Eno, una signora che frequenta la sua stessa palestra, un suo amico designer, alcune delle quali non sono di madre lingua inglese. Queste voci leggono poesie, o frammenti di poesie, di Rick Holland. Non sentitevi ignoranti se non lo conoscete - non lo conosciamo in tanti, e quei pochi che lo conoscono, fra quelli che conosco io, lo conoscono solo perché in passato ha già collaborato con Eno. Alle voci recitanti Eno ha sovrapposto i suoi “commenti sonori” strumentali - di variegata natura e spesso diversissimi fra loro, nei 15 titoli che costituiscono la tracklist (sarebbero 16, ma ne parleremo dopo; comunque esiste una versione deluxe in cui il secondo Cd è solo strumentale).
Probabilmente il risultato dell’ascolto, per un utente che la lingua inglese la mastica ma non la comprende perfettamente, è diverso da quello di un utente anglofono, che certo nel suo giudizio (o nelle sue reazioni) è anche influenzato dal significato delle parole che sente. Così non è per me, e infatti per me i recitativi in inglese sono più suoni che parole - quindi mi distraggono meno, o quasi per nulla, dall’ascolto dei brani nella loro completezza.
Insomma, vi dicevo di aver letto una decina di recensioni, e sono rimasto sorpreso dal fatto che in nessuna di queste sia citato “My life in the bush of ghosts”, il disco di Eno e David Byrne che nel 1981 ha costituito una svolta abbastanza epocale per l’impiego del campionamento di voci “trovate” o rubate. Qui, certo, il progetto è meno rivoluzionario; ma se c’è (per la mia personale competenza) un precedente al quale fare riferimento a me pare sia proprio quel disco.
Ovvio che trent’anni fa (già trent’anni fa? non riesco quasi a crederci...) “My life...” suonasse come una rivoluzione; oggi, “Drums between the bells” può suonare solo come un esercizio di stile - o di stili. Ma a me non sembra affatto male, credetemi. Ci sono alcuni momenti che mi paiono davvero interessanti: “Sounds alien”, per esempio, che ricorda da vicino proprio “My life...”, ma anche “Dow”, che è mooolto Kraftwerk, e “Cloud 4”, che mi riporta, col suo cantato salmodiante, alla mia prediletta “On some faraway beach”.
Volevo fare un piccolo discorso a parte per “Silence”, la traccia 15: che è quel che dice il titolo, 58 secondi di silenzio. Be’, tutte le recensioni che ho letto citano il famoso/famigerato “Four minutes, thirty three seconds” di John Cage, erroneamente considerando la composizione di Cage come quattro minuti e trentatré secondi di silenzio. Così non è: in realtà, il concetto di Cage (nel 1952!) era assai più complesso. Il brano, articolato in tre movimenti, e indicato come eseguibile da qualsiasi strumento o da qualsiasi formazione strumentale, prevedeva che lo strumento o gli strumenti “non” venissero suonati: in effetti, il brano consisteva nei suoni e nei rumori di ambiente del luogo in cui veniva eseguito.
Su disco, quattro minuti e trentatré secondi di silenzio non avrebbero granché senso, in sé. Possono averlo come provocazione intellettuale e politica (i sei secondi di silenzio del “Nutopian International Anthem” in “Mind games” di John Lennon: una nazione immaginaria, Nutopia, la cui bandiera è completamente priva di colori, non poteva avere che un inno nazionale privo di suoni), o come scherzo giocoso (un mitico 45 giri del 1976 accreditato a Son of Pete e intitolato “Silent Knight”: due minuti e 59 secondi di silenzio - solchi incisi, ma senza suono - sul lato A, appunto “Silent Knight”; tre minuti e un secondo di silenzio, come sopra, per il lato B, “Disco Party, Part II”).
Ecco: se devo scegliere a quale dei due esempi di cui sopra penso si sia ispirato Brian Eno per la sua "Silence", direi il secondo. E lo dico per stima, davvero.

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