«THE HARROW & THE HARVEST - Gillian Welch» la recensione di Rockol

Gillian Welch - THE HARROW & THE HARVEST - la recensione

Recensione del 18 ago 2011

La recensione

Due voci, due chitarre, due banjo, due armoniche, mani e piedi a scandire il ritmo quando serve. Non ci vuole altro (niente sovraincisioni, poche takes) per confezionare il miglior disco di “Americana” (o alt.country, o folk revival: chiamatelo come volete) dell’anno. Se non il miglior disco dell’anno tour court , ammesso che vi piaccia un genere che in Italia se ne sta rannicchiato in una piccola piega del mercato. Un album scabro e impegnativo, sicuro, ma ispirato e suggestivo. Evocativo come una compilazione di Harry Smith o Alan Lomax, un ciclo di fiabe antiche o un vecchio film di John Ford. Da sempre Gillian Welch e l’inseparabile compagno David Rawlings abitano in una bolla senza tempo, un posto dove le ragazze indossano gonne lunghe a fiori e i ragazzi cappelli da cowboy, dove le radio vanno ancora a valvole e i dischi si ascoltano sul fonografo. Anche i loro ritmi produttivi sono assolutamente fuori mercato: otto anni di silenzio discografico (interrotti da un album a nome David Rawlings Machine e dalle tante comparsate di Gillian a fianco di bella gente come Bright Eyes e Decemberists) sono trascorsi tra questo e il disco precedente, quel “Soul journey” che nel 2003 provò a innervare le loro scheletriche dust bowl ballads con un po’ di batteria e di violino, il timbro caldo dell’organo e il dobro di Greg Leisz. Non ce n’era bisogno, perché è la dimensione rurale, acustica, Southern (spesso nella variante “gothic”) quella che meglio si addice alla coppia. Specie oggi che il vento ha ripreso a soffiare in quella direzione, e che persino un disco austero e senza compromessi come questo si permette il lusso di debuttare nella Top 20 di Billboard primeggiando nelle charts dei negozi indipendenti americani. E’ più che mai musica in bianco e nero, la loro, con forti aromi anni ’40 e’50, pre Elvis e pre rock’n’roll. Chiamarli revivalisti (anche se “Revival” è il titolo con cui si sono fatti conoscere, nel 1996) significa non cogliere il punto, perché c’è qualcosa di involontariamente (e sottolineo involontariamente) cool, di stranamente attuale nel loro modo di scrivere e far musica. Cosicché Betsy Johnson che in “The way it goes” s’è comprata una fattoria finisce per farsi d’eroina. E in “Silver dagger” (NON quella di Joan Baez) si ricordano i bei tempi andati del 1999. Dice bene chi parla di simbiosi perfetta tra i due: Gillian firma i pezzi, suona la chitarra e tiene la barra dritta cantando con voce forte e vibrante d’altri tempi. David le sta addosso come un’ombra (così Sylvie Simmon su Mojo), danzandole intorno con arpeggi, contrappunti e “soli” continui che da soli varrebbero il prezzo del disco. Piace, della coppia, la cura artigianale e amorevole che mette in ogni suo manufatto. Dalla copertina stampata in rilievo impiegando antiche tecniche manuali, che i nostri (in un video postato sul sito ufficiale) suggeriscono di immergere in una soluzione di acqua e caffè per renderla più vintage. Alle dieci canzoni che, per dirla alla maniera di Rawlings, declinano in tonalità diverse un unico sentimento di tristezza, ma non (aggiunge la Welch) senza un tocco di humour. “The harrow & the harvest”, “l’erpice e il raccolto”, mantiene le promesse del titolo: qui dentro c’è molta natura, ci sono paesaggi e il ciclo delle stagioni, il fatalismo contadino e molto Tennessee, patria adottiva del duo (e pazienza se la Welch è originaria di Los Angeles..). Lo stato sudista dà il nome a una meravigliosa ballata che parte con un incipit memorabile (“ti ho baciato/perché non sono mai stata un angelo”) e chiude idealmente la prima “facciata” del disco, evocando isole britanniche e Monti Appalachi, la Carter Family e i Fairport Convention con un sapore dolciastro di vecchia psichedelia californiana (ed ecco spiegata la recente cover di “White rabbit” dei Jefferson Airplane). E’ l’epilogo a una cinquina da manuale, aperta da uno scintillante dialogo di chitarre e un’altra avvincente ballata folk a cavallo tra vecchio e nuovo continente, tonalità dark e riferimenti alla passata produzione (“Caleb Mayer”). E’ un mondo di pozzi profondi e di tombe nell’oscurità, di cavalli bianchi e di treni merci che ancora sferragliano nella memoria, di tempi duri e di svolte tenebrose della mente. Una musica superficialmente placida ma attraversata da impetuose correnti sotterranee che si dipana su sfondi malinconici di blues (“Dark turn of mind”) e “mountain music” (“Six white horses”), e in cui Jimmie Rodgers e i Louvin Brothers incontrano il Neil Young di “Ambulance blues” (in “The way it will be”, già nota ai fan come “Throw me a rope”). Un altro di quei pezzi che ti risucchiano inesorabilmente in un vortice, se sei disposto a lasciarti prendere da questi quarantasei minuti di incantesimo. Il piccolo miracolo di due cowboy cosmici che non hanno neanche bisogno di attaccare gli strumenti alla spina per accendere l’elettricità nell’aria.



(Alfredo Marziano)
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