«IN A SPECIAL PLACE - Waterboys» la recensione di Rockol

Waterboys - IN A SPECIAL PLACE - la recensione

Recensione del 25 lug 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

A più di una persona, tra quelle cresciute musicalmente negli anni ’80, sono recentemente sono tornati in mente i Waterboys. C’è stato un momento, in quel decennio in cui la formazione capitanata da Mike Scott aveva tutte le carte in regola per diventare popolare quasi quanto gli U2, e quasi ci riuscirono. E aveva quel suono arioso, epico, pieno e quella carica che oggi vediamo in una band come gli Arcade Fire. Ecco, è proprio lì che ci sono tornati in mente i Waterboys, ai concerti della band canadese. Perché la versione moderna dell’epica con un'ispirazione a Springsteen e agli U2, poi immersa nella cultura indie. Ma negli anni ’80 c’erano i Waterboys come alfieri della “Big music”, come recitava il titolo di una delle loro canzoni più belle.
E c’è un disco, simbolo della big music: “This is the sea”: l’ultimo prima della svolta folk con quel capolavoro che fu “Fisherman’s blues”, quello più vicino alle ambizioni puramente epiche della band.
“In a special place” è l’ennesimo disco “di riflusso” dei Waterboys, che ormai sono Mike Scott e poco più, dedito da anni - come molte band-marchio di quel periodo - a ripubblicare più materiale d’annata che a produrre cose nuove (che, comunque, sono dignitose come l’ultimo “Book of lighting” ma non paragonabili a quelle storiche - vedremo cosa succederà con "An appointmen with Mr. Yates", disco nuovo in uscita a settembre.).
“In special place” non è probabilmente il miglior disco di outtakes di quel periodo: la palma spetta a “"Too close to heaven”, tratto dalle sessioni tra “This is the sea” e “Fisherman’s blues”. Questo, invece è precedente: è un disco di demo per voce e piano delle canzoni che sarebbero finite su “This is the sea”. Che qua sono ridotte all’osso, spogliate della carica energetica che assumeranno sull’album, ma mantengono le basi di quell’epica tipica della scrittura di quel periodo.
Un disco più per affezionati che per altri, con alcune chicche (come le prime versioni di “Don’t bang the drum” e di “The whole of the moon”, che sarebbe diventato l’unico singolo di successo della bamd. Questa versione, peraltro, è proprio un demo con il nastro che perde velocità ad un certo punto). Se volete riscoprire le radici della big music odierna, andate a recuperare “This is the sea”, potrebbe sorprendervi.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.