«TOY - David Bowie» la recensione di Rockol

David Bowie - TOY - la recensione

Recensione del 18 apr 2011 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Bella storia, quella di “Toy”. Proviamo a raccontarla, ricorrendo alla straordinaria competenza di Ruud Altenburg, l’olandese che cura il completissimo sito http://www.illustrated-db-discography.nl/ (pressoché tutto quello che troverete in rete a proposito di “Toy” è stato prelevato da lì - senza citazione della fonte...).
Tutto comincia fra il 1999 e il 2000, quando Bowie, in tour, avendo inserito in scaletta le riletture di tre canzoni dei suoi inizi (pre-“Space Oddity”, per intenderci) cominciò ad appassionarsi all’idea di ri-registrare alcune delle canzoni meno note da lui pubblicate negli anni fra il 1964 e il 1970, a suo nome o a nome dei vari gruppi in cui militava (Davie Jones and the King Bees, The Manish Boys, The Lower Third, The Buzz, The Riot Squad...); meditava di raccoglierle, insieme a un paio di canzoni nuove, in un album che provvisoriamente aveva intitolato “Toy”, in uscita prevista a metà del 2001. Secondo il diario tenuto da Bowie sul proprio sito, BowieNet, all’inizio dell’anno la produzione del disco era terminata, ed era pronta anche la copertina (non è chiaramente quella che vedete associata a questa recensione; la copertina "ufficiale non è mai finita in rete); la tracklist comprendeva “Uncle Floyd”, “Afraid”, “Baby loves that way”, “I dig everything”, “Conversation piece”, “Let me sleep beside you”, “Toy”, “Hole in the ground”, “Shadow man”, “In the heat of the morning”, “You've got a habit of leaving” e “Karma man”.
Di queste, “Uncle Floyd”, “Afraid”, “Toy”, “Hole in the ground” (risalente al 1970) e “Shadow man” (risalente al 1971) erano inedite. Le versioni primigenie di “Baby loves that way” e “You’ve got a habit of leaving” erano uscite insieme su 45 giri Parlophone nel 1965 a nome Davy Jones and the Lower Third; quella di “I dig everything” era uscita su 45 giri Pye nel 1966 a nome David Bowie (sul lato B c’era “I’m not losing sleep”); quella di “Conversation piece” era uscita nel 1970 come lato B del 45 giri Mercury “The prettiest star”; quelle di “Let me sleep beside you”, “Karma man” e “In the heat of the morning” risalgono al 1967 (ma erano state pubblicate solo nel 1970 nella raccolta Decca “The world of David Bowie”).
Poi cominciò a girar voce che la Virgin, all’epoca l’etichetta discografica di Bowie, non fosse entusiasta - per usare un eufemismo - di pubblicare un album in cui quasi tutte le canzoni appartenevano editorialmente ad altre etichette. Quando, alla fine del 2001, Bowie lasciò la Virgin per fondare la propria etichetta, ISO, si pensò che il momento dell’uscita di “Toy” fosse finalmente arrivato: ma evidentemente, da discografico in proprio, Bowie si ritrovò a condividere il punto di vista della Virgin, e “Toy” restò in un cassetto.
Nel 2002 vennero pubblicate parecchie delle canzoni originariamente pensate per l’inclusione in “Toy”. “Uncle Floyd”, reintitolata “Slip away”, apparve su “Heathen” in versione rielaborata; “Afraid” pure, ma praticamente nella stessa versione (solo priva dell’arrangiamento d’archi di Tony Visconti); “Baby loves that way”, anche questa praticamente uguale, venne alla luce nel Cd singolo “Everyone says ‘Hi’”; “Conversation piece” fu inclusa nella edizione in due Cd di “Heathen”; “Shadow man” e “You’ve got a habit of leaving” uscirono nei Cd singoli di “Slow burn” e “Everyone says ‘Hi’”. “Toy”, reintitolata “Your turn to drive”, è stata pubblicata nel 2003 (era offerta in download gratuito a chi acquistava l’album “Reality” nel negozio online della HMV).
Nel 2006 qualcuno affermò di avere ascoltato per intero l’album “Toy”: in una versione dalla quale era assente “Karma man”, ma erano incluse, probabilmente pensate come bonus tracks, “The London Boys”, “Liza Jane” and “Silly Boy Blue”, altre tre canzoni del periodo giovanile di Bowie (“The London boys” era il lato B del 45 giri Deram del 1966 “Rubber band”; “Liza Jane” era il lato A del 45 giri Vocalion Pop del 1964 accreditato a Davie Jones and the King Bees - sul lato B c’era “Louie, Louie go home”; e “Silly boy blue” era nell’album di debutto, eponimo, di Bowie uscito nel 1967 per la Deram). Non si sa che fine avessero fatto, dunque, la prevista rilettura di “Karma man”, né la prevedibile reincisione di “Can’t help thinking about me”, che era fra i vecchi brani riproposti live nel tour 1999-2000 (e originariamente era uscita nel 1966 sul singolo Pye attribuito a David Bowie with the Lower Third che aveva come lato B “And I say to myself).
Rifatto un po’ d’ordine - ma che fatica! - spieghiamo il perché: nelle scorse settimane è venuta a galla in rete una versione completa di “Toy”, o almeno di quello che si pensa sarebbe dovuto essere “Toy” - quella del 2006. Siccome qui a Rockol sanno che il bowiano sono io, mi hanno chiesto di ascoltare e riferire. Ascoltato, riferisco: “Toy” non è un album, è un assemblaggio discontinuo, sonicamente e stilisticamente, di brani così lontani fra loro per epoca e per genere da apparire incompatibili fra loro. Se poi si tien conto del fatto che Bowie è sempre stato mutevolissimo, e che in particolare negli anni giovanili è passato, abbastanza istericamente, dal rock’n’roll al blues al beat al soul al vaudeville al cabaret, potete immaginare quanta poca coerenza ci possa essere in questo non-album (e forse, a pensarci bene, potrebbe essere proprio questo il motivo per cui non è mai stato pubblicato). Comunque: trattandosi poi in fondo di Bowie, mica dell’ultimo arrivato, di cose belle ce ne sono, sia negli inediti-poi-pubblicati sia nelle riletture del repertorio degli esordi; repertorio che, appunto da bowiano, conosco bene e apprezzo anche abbastanza - per dire, “Silly boy blue”, “London Boys” e “Let me sleep beside you” (qui in una versione davvero convincente) sono in grado di cantarle dall’inizio alla fine, da tante volte le ho ascoltate quando uscirono per la prima volta, ormai più di quarant’anni fa. “Hole in the ground” è curiosa, ricorda un po’ (o, meglio, anticipa un po’) “Walk on the wild side” di Lou Reed, e “Shadow man” è un gran bel pezzo; ma, nel complesso, “Toy”, o quel che qui per convenzione stiamo chiamando “Toy”, è una chicca per completisti e collezionisti impallinati, non certo “il nuovo album di Bowie” - il quale, probabilmente, di dischi “nuovi” non ce ne darà più. Ce ne faremo una ragione, e torneremo ad ascoltare quelli che ha pubblicato quand’eravamo tutti più giovani e belli.

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