«MARINAI, PROFETI E BALENE - Vinicio Capossela» la recensione di Rockol

Vinicio Capossela - MARINAI, PROFETI E BALENE - la recensione

Recensione del 18 apr 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

A pensarci bene, Vinicio Capossela e il mare sono fatti l’uno per l’altro: un serbatoio di storie, di miti, di suoni e di quegli “esseri fuori misura” che hanno sempre fatto parte dell’immaginario del nostro cantautore.
“Marinai, profeti e balene” arriva a poco più di due anni da “Da solo” ed è l’ennesimo capolavoro di Vinicio, che negli ultimi anni – da “Ovunque proteggi” in poi - ha saputo trovare una continuità di produzione davvero notevole. "Marinai..." è un disco dedicato al mare e alle sue storie, ed è un disco “fuori misura” ma non solo perché è doppio. Perché è un disco denso; denso di idee, di suoni, di racconti e di personaggi, ancora di più del solito. Del trittico iniziato con “Ovunque proteggi” è sicuramente il disco meno immediato, proprio per questa sua densità. Ma è tutt’altro che un difetto: perché se gli date un po’ di tempo e un po’ di attenzione – cosa desueta in questo tempo di musica consumata, usata e gettata velocemente – vi regalerà moltissimo, su diversi piani.
C’è il piano delle storie: nel primo disco "Oceanico" Capossela pesca – il verbo è d’obbligo - da “Moby Dick” di Melville, cui si rifanno ben cinque brani; ma anche da un Louis Ferdinand Céline “minore” – quello di un progetto di un cartone animato scritto durante la guerra. E pesca molto dalla mitologia classica, nel secondo disco “omerico”, rivisitando il “Goliath”, l’Aedo, le Sirene di Ulisse, e il “Nostos”, il sentimento da cui è nata la moderna Nostalgia, che colpiva i marinai in viaggio. E poi ovviamente scrive, racconta con quella voce che è contemporaneamente cantante e affabulatrice.
Poi c’è il piano dei suoni: il disco, come ci haraccontato lo stesso Vinicio, è stato inciso a strati. Le basi – le voci e il piano sono stati inciso in luogi marini, tra Ischia e Creta. Poi le canzoni sono cresciute, sono montate come un’onda riempita da suoni giunti da tutto il mondo “come messaggi in bottiglia”. C’è il sempre grandissimo Marc Ribot, che rende ancora più bella “Billy Budd”. Ci sono cori, che rendono arioso e acquoso il suono; ci sono suoni greci del secondo disco – le bellissime “Vinocolo”, “Aedo” e “Dimmi Tiresia”. C’è un campionario di canzoni che ampliano gli orizzonti già vastissimi di Capossela, pur rimanendo assolutamente riconoscibili.
Perché, come scrive Marco Castellani nell’introduzione al disco, non c’è nessuno “che più di Vinicio Capossela si sappia mettere al servizio dell’opera”. Ed è verissimo per questo disco, in cui Capossela non fa Capossela, o meglio non fa solo quello. Capossela canta canzoni di mare con i suoni che devono avere, sperimentando, lottando e riuscendo ancora una volta ad essere se stesso come il Capitano Achab di fronte alla balena bianca. Chapeau.

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