«JOHN BARLEYCORN MUST DIE - DELUXE EDITION - Traffic» la recensione di Rockol

Traffic - JOHN BARLEYCORN MUST DIE - DELUXE EDITION - la recensione

Recensione del 28 mar 2011

La recensione

Avete presente la vecchia storia dei “dischi da isola deserta”? Eccone uno. Alzi la mano chi, ascoltandolo all’epoca ormai remota della sua uscita (l’estate del 1970) o avendolo acchiappato in seguito magari rovistando nella collezione di un genitore o di un fratello maggiore, non si è innamorato almeno un po’ di “John Barleycorn must die”: un’epifania artistica e un exploit commerciale che aprì al gruppo le porte del mercato nordamericano e da allora si è saldato all’immaginario collettivo come una delle opere migliori del rock inglese anni Settanta. Il gioiello della corona nel catalogo dei Traffic , il vertice della produzione di Steve Winwood , il bambino prodigio di Birmingham che, all’epoca appena ventiduenne, vantava già una illustre carriera alle spalle. Il preambolo, il contesto e gli eventi quasi accidentali che gli diedero origine sono ben raccontati nelle note che l’esperto Mark Powell ha scritto per questa deluxe edition spalmata su un doppio cd. Avrebbe dovuto essere un disco solista del Winwood post Traffic, Blind Faith ed Airforce, avrebbe dovuto chiamarsi “Mad shadows” (titolo che il produttore designato, il leggendario Guy Stevens, portò in dote ai Mott The Hoople dopo avere rassegnato le dimissioni dall’incarico). Finì invece per diventare l'opera definitiva di una band geniale, aperta, mutante e litigiosa che aveva già dato l'addio alle scene dopo aver perso per strada un membro fondatore, Dave Mason, e la fiducia dello stesso Winwood. Ridotti a trio, con il giovane Steve (voce, chitarre, tastiere) affiancato da Chris Wood (sax, flauto, tastiere) e Jim Capaldi (percussioni e voce), i Traffic di “John Barleycorn” sono l’incrocio perfetto e la sintesi compiuta della visione musicale del suo leader, un one man band che non poteva fare a meno di suonare in gruppo: una quercia ben piantata su solide radici r&b (quelle dello Spencer Davis Group che aveva lanciato il baby Steve nei primi Sixties), con fronde che si diramano verso un orizzonte avventuroso ed eccitante di musica totale, una fusion di sonorità rock, folk, jazz, soul, progressive e world music ante litteram, molto prima che quel termine diventasse di uso comune. Musica vibrante e inebriante, che ha il gusto inconfondibile del suo tempo: chi, oggi (a parte qualche jam band) oserebbe aprire un disco rock con uno strumentale di sette minuti di durata? Eppure “Glad” resta un biglietto da visita formidabile, un ballabile a “chiamata e risposta” che alterna un contagioso fraseggio jazz blues di pianoforte a un riff di sassofono (amplificato e distorto dal wah wah) che farebbe ballare anche i morti, prima di dissolversi in una coda eterea e riprendere forma, senza soluzione di continuità, nella liberatoria corsa al galoppo di “Freedom rider”: il suono di una band in stato di grazia che si esprime in assoluta libertà e che ha nella straordinaria voce white soul 5di Winwood (ma anche nello sciolto fraseggio fiatistico di Wood, e nella spinta propulsiva di Capaldi) il suo scintillante marchio di fabbrica. Un uno-due da ko, ma nei sei pezzi della scaletta originale non c’è un minuto di stanca. “Empty pages”, che chiudeva la prima facciata del vinile e alludeva al blocco dello scrittore di Winwood prima che Capaldi gli venisse in soccorso con i testi delle canzoni, è una ripresa dei temi Spencer Davis con un ritmo agile, un gran ritornello, un doppio organo e un perfetto solo di piano elettrico. “Stranger to himself” (dove Steve fa tutto da solo) innesta sul suono black una chitarra acustica e una melodia orientaleggiante che profuma di patchouli. Ed “Every mother’s son” è un gran finale di umore soul rock psichedelico e con gli strumenti nuovamente sguinzagliati in libertà. La title track è tutt'altra cosa, un corpo apparentemente estraneo che invece chiude perfettamente il cerchio: suggestionati dalle campagne del Berkshire che li ospitarono nei periodi di reclusione creativa, i Traffic riprendono una folk song tradizionale risalente al XVII secolo (fu Wood, l’eroe dimenticato di questo disco, a portarla all’attenzione di Winwood recuperandola da un disco dei Watersons) servendosi di un semplice arrangiamento per chitarra acustica, flauto e due voci per svolgere la ballata allegorica che narra del ciclo delle stagioni, della distillazione del malto in brandy e della lotta impari tra uomo e alcol. Un gioiello, in sintonia con i percorsi prog-folk che più o meno in quella stessa epoca battevano i Fairport Convention, i Jethro Tull di “Stand up” e “Aqualung” o i Led Zeppelin del terzo e quarto album. Una versione cronologicamente antecedente, arricchita da un organo ma decisamente più svagata e meno a fuoco, non ripete l'incanto: con due “alternate mix” di “Stranger to himself” e “Every mother’s son” e sei brani dal vivo compone il programma di un “bonus disc” che suona come un’occasione parzialmente sprecata a dispetto del coinvolgimento di Winwood nell’operazione. Le registrazioni effettuate tra il 18 e il 19 novembre del 1970 al Fillmore West di New York, destinate a un album live ufficiale e mai pubblicato, sono eccellenti per qualità audio, esecuzione e valore storico (anche per la presenza temporanea al basso elettrico di Ric Grech, reduce con Winwood dalla meteorica esperienza nei Blind Faith), con una bella scaletta che mischia vecchio repertorio (il singolo “Medicated goo”, “Who knows what tomorrow may bring?”, la ammaliante ballata capaldiana “Forty thousand headmen”) e versioni reinventate dei pezzi di “John Barleycorn”: ma si tratta comunque di un documento incompleto rispetto a quanto circolato in forma di bootleg, e alcune di quelle stesse tracce (inclusa la divertente introduzione del promoter Bill Graham) erano già state pubblicate nell’edizione rimasterizzata del 1999, che peraltro includeva anche due outtakes, “I just want you to know” e “Sittin’ here thinkin’ of my love”, qui misteriosamente mancanti all’appello. Non si poteva proprio sfruttare meglio lo spazio a disposizione, considerando che sul primo cd il disco originale occupa appena trentaquattro minuti e trentatrè secondi? Sicuramente sì, ma accontentiamoci: nel ricordo di due grandi artisti scomparsi (Wood e Capaldi sono morti rispettivamente nel 1983 e nel 2005), nella celebrazione del talento winwoodiano che ancora sa produrre buona musica (l’ultimo “Nine lives” non era affatto male) e in omaggio a un disco che se lo merita tutto, il suo posto sull’isola deserta.



(Alfredo Marziano)
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