«KISS EACH OTHER CLEAN - Iron and Wine» la recensione di Rockol

Iron and Wine - KISS EACH OTHER CLEAN - la recensione

Recensione del 23 gen 2011

La recensione

L’apparenza inganna. Che c’entra un folkie schivo e irsuto come Sam Beam in arte Iron and Wine, con quella sua aria da boscaiolo rustico e d’altri tempi, con il pop sofisticato e levigato di “Kiss each other clean”? Il physique du rôle, in effetti, è un’altra cosa. E infatti qualcuno lo accusa già di tradimento (complice il passaggio, in America, dal mondo indie alla major Warner Music), rimpiangendo quei primi dischi di rigore quasi monastico – una sei corde acustica, un registratore a quattro piste e niente altro – che a molti avevano ricordato i primi passi di un altro barbuto amante degli pseudonimi, Will Oldham alias Bonnie “Prince” Billy. Ma se fare rock, oggi, significa ancora e anche solo vagamente giocare un po’ d’azzardo, prendersi qualche rischio e divertirsi a disattendere le aspettative, allora non gli si può contestare nulla, al signor Beam. E’ vero: anche per chi (come il sottoscritto) ha conosciuto Iron and Wine soltanto in occasione delle sue frequentazioni con i Calexico e della pubblicazione del delizioso “The shepherd’s dog” (da allora sono passati più di tre anni), “Kiss each other clean” rappresenta una sorpresa. Un disco “slick”, non c’è dubbio, artigianale nel miglior senso del termine ma anche iper professionale. Rifinito, arrangiato e prodotto con estrema cura grazie all’aiuto prezioso dell’ormai inseparabile Brian Deck: altro che lo-fi, suona benissimo in cuffia e su un impianto ad alta fedeltà. Beam aveva un’ideuzza che gli frullava insistentemente per la testa, confezionare un disco pop con tutti i crismi che suonasse “come quella musica che si sentiva da ragazzini nell’auto dei genitori, musica di inizio-metà anni ’70 da radio FM”. Riferimenti espliciti, i Fleetwood Mac, Stevie Wonder, soprattutto il primo Elton John . E Joni Mitchell: che dopo un disco intimista e autoconfessionale come “Blue” si dedicò anima e corpo al soft jazz rock di “Court and spark” (scalando le classifiche). Sono indizi suggestivi, ma parzialmente fuorvianti: l’album non suona mai così mainstream e orecchiabile, nel manipolare i materiali pop e la miriade di altri suoni che oggi incorpora nel suo stile Iron and Wine si avvicina piuttosto all’approccio curioso, giocoso e intellettuale di un David Byrne o di Andy Partridge con gli XTC. A dispetto della eterogeneità dei contenuti c’è un filo rosso e un’immagine ricorrente che lega le dieci canzoni (il fiume, inteso alternativamente come flusso vitale o elemento naturale distruttivo e maligno), c’è un’attenzione costante alla costruzione di tessuti poliritmici e di complesse architetture vocali (quasi) degne di Brian Wilson, c’è uno sguardo a occhi aperti sul mondo: il folk e l’ “Americana”, certo, con angeliche armonie e delicate chitarre acustiche, ma poi anche interferenze e borbottii elettronici, synth e bassi pulsanti, il funk e il jazz, percussioni e sezioni fiati, l’amore già manifestato in passato per la musica africana (con certi riff chitarristici un po’ Tinariwen e un po’ Paul Simon ) e per la Giamaica (gli accenti dub di “Monkeys uptown”). Beatamente indeciso su quale strada imboccare e coadiuvato da un manipolo di anime gemelle prese a prestito da altre band “alternative” (Doveman, Antibalas, i Califone soprattutto), Beam alterna serene elegie a minacciose progressioni ritmiche, passando senza sosta dal groove alla melodia. Mai vicino come oggi alla sua altra grande passione, la pittura, pennella le canzoni a tinte ora fosche ora brillanti, moltiplicando le voci (in particolare la sua, attraverso le sovraincisioni), ricorrendo alla iterazione e alla stratificazione sonora. Esemplari, in questo senso, i titoli che aprono e chiudono la raccolta: “Walking far from home”, un’unica strofa ripetuta che sull’accumulo progressivo di voci, sintetizzatore, pianoforte, cori e batteria costruisce una mini sinfonia minimalista corredata da un testo suggestivo e scandito da una sequenza incalzante di immagini flash; e “Your fake name is good enough for me”, un lungo brano di oltre sette minuti diviso in due tronconi con un crescendo finale accelerato e convulso che non può lasciare indifferenti. In mezzo sbocciano piccole e grandi sorprese, un orticello di canzoni che pretendono ascolti ripetuti alla caccia dei tanti dettagli sonori che non si possono cogliere al primo colpo. “Me and Lazarus” (riecco l’immaginario religioso tanto caro ad Iron and Wine) si distingue per un imprevisto assolo di sassofono e per una cadenza funk che torna, accentuata, tra i blip, gli xylofoni e i clavinet di “Monkeys uptown” e nelle atmosfere neorleansiane di “Big burned hand” “sporcate” da suoni e voci in distorsione. “Rabbit will run”, una filastrocca tesa e minacciosa con una suadente coda jazzata in cui dialogano organo e flauto, è un altro dei titoli destinati a sconcertare i fan hardcore della prima ora. I quali potranno magari consolarsi con il versante più melodico e lineare del disco: il soffice country & western di “Half moon” (uno dei pochi episodi vecchio stile e immediatamente riconoscibili), per esempio, i cori celestiali e la luminosità pastorale di “Tree by the river” (con il testo più decifrabile ed esplicitamente nostalgico del disco: o è solo apparenza?). O, meglio ancora, l’elegante pop cameristico di “Godless brother in love” (arpa, chitarra acustica, pianoforte e polifonie vocali), e la squisita “Glad man singing”, dal cui fade in introduttivo emerge una melodia liquida, sognante e cristallina. Altrimenti, si mettano il cuore in pace: dalla fattoria alle porte di Austin in cui oggi risiede, mr. Beam sembra deciso a intraprendere un viaggio che lo porterà chissà dove.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Walking far from home
02. Me and Lazarus
03. Tree by the river
04. Monkeys uptown
05. Half moon
06. Rabbit will run
07. Godless brother in love
08. Big burned hand
09. Glad man singing
10. Your fake name is good enough for me
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