«BORN FREE - Kid Rock» la recensione di Rockol

Kid Rock - BORN FREE - la recensione

Recensione del 16 nov 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Donne, motori e parental advisory. Questo è stato Kid Rock fino ad oggi: un grande istrione del rock and roll, 'contaminato' dalla passione per l'hip hop, molto fluente nel turpiloquio e amante di testi e temi parecchio espliciti, ex signor Pamela Anderson, appassionato di gare da autodromo. Eccessivo e tamarro. Mainstream, energia, bassi istinti, kitsch, roba da redneck. Poi, tre anni fa, quella che oggi riusciamo a cogliere come l'inizio di una nuova rotta se non un'inversione di tendenza. Quel singolo radiofonicamente ineluttabile e geniale nella campionatura, "All summer long", getta infatti un ponte tra i Lynyrd Skynyrd di "Sweet home Alabama" e il suo freddo MidWest, quasi un simbolico trait d'union tra il southern rock e i sobborghi di quella Detroit operaia da cui Kid Rock proviene. Solo un episodio, ma anche una sintesi efficace di quello che gli americani definiscono 'heritage': il retroterra, il bagaglio culturale, letteralmente: l'eredità. Nella fattispecie, una miscela di due etichette, 'classic rock' e 'americana', soprattutto una miscela di tradizione e di codici estetici che ogni rocker bianco statunitense porta con sè, senza sceglierla.
Beh, non si sa mai che uso potrà fare un rocker del proprio heritage. Non si sa mai se e quando, e in quali proporzioni, vorrà farne sfoggio. Nel 2011, ad esempio, pare di rivedere in Kid Rock la vicenda di John Mellencamp a fine anni '80 quando, mollato il nomignolo Cougar e le velleità AOR, scelse le radici, si ricordò di essere un figlio dell'Indiana depressa dalle reaganomics e con pochi album scalò posizioni fino a sedersi al tavolo dei cantori seri, a suo modo equidistante tra Willie Nelson e Tom Petty, giusto per dirne due. Così, in un certo senso, anche Kid Rock nel 2011: alla dichiarata ricerca del suo primo classico, credibile nonostante tutto soprattutto grazie alla propria presenza scenica dal vivo, ingaggia un vecchio amico che non aveva mai trovato opportuno lavorare con lui, il grande Rick Rubin. E, pur sempre lungi dal potere aspirare al 'grande romanzo americano', eccolo sfornare "Born free", il suo disco del 'back to basics'.
Registrato prevalentemente a Los Angeles dal vivo in un paio di settimane con la partecipazione di una selezione pregiata di ospiti, tra cui spiccano Bob Seger , Sheryl Crow (bel duetto in "Collide"), Zac Brown, Mary J. Blige, Benmont Tench degli Heartbreakers, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, David Hidalgo dei Los Lobos e Matt Sweeney dei Chavez, l'ottavo album di studio di Kid Rock comincia con una title track inevitabilmente springsteeniana. "Born free" è un inno alla libertà ("you can knock me down and watch me bleed but you can’t put no chains on me"), un pezzo patriottico quanto basta a imbarazzare un europeo ma sincero e naif quanto serve per chiamare a raccolta un'orda di fans americani. Via il rap, via il metal, il country ha preso il centro sonoro della scena per poi lasciarsi contaminare dal blues, mentre Detroit è diventata la lente attraverso la quale l'artista legge la realtà e la descrive per come la vede in “Times like these”: una provincia americana, la sua provincia, fiaccata da una recessione economica che sta cambiando la realtà ma che non può e non deve cambiare il paese.
La reinvenzione di Kid Rock non è gioco da ragazzi: riposizionare un party animal e consacrarlo con i crismi dei grandi cantori del folk rock americano significa percorrere una strada lunga e in salita, significa intervenire sul suono, sullo stile e sulle liriche. Ed è quest'ultimo il tema più spinoso e scabroso per il vecchio Robert James Richie, che riponendo tutte le proprie speranze nella heartland è portato a pescare tra quei valori a tratti reazionari della tradizione country - e ciò è qualcosa di molto ma molto stridente nella fattispecie. Dio e patria al posto di bar e orge? Un bel salto. Liriche memorabili? Assenti. Meglio, semplicemente, apprezzare il cambio di tema di un artista che prova a dirci che non è più tempo di party, a questo giro, ma che resta sempre tempo di rock. Occuparsi a modo suo di una situazione sociale più grande di lui è per Kid Rock un inedito assoluto. Ma il valore dell'album è nella musica, che è di buon livello sotto ogni profilo. Kid canta bene e col cuore e Rick Rubin...fa il Rick Rubin. Una bella potatura, la sua, quella che l'amico committente gli ha chiesto: via i fronzoli, via la moda, via gli ammiccamenti - dentro solo la tradizione e qualche collaboratore capace di infondere la scienza in studio. Idee chiare e barra sempre dritta verso i fondamentali del genere per un suono pieno e uno stile spoglio, per un mood ostentatamente 'live', la dimensione perfetta per Kid Rock. Operazione delicata, ma il produttore è all'altezza e non è tipo da replicare pedissequamente schemi di successo: Rubin non pretende di avere per le mani un altro Johnny Cash, così si 'accontenta' di mettere nel mirino i fasti di Silver Bullet Band, Heartbreakers e Mellencamp. E, su questo piano: missione compiuta.
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