«WALLS AND BRIDGES - John Lennon» la recensione di Rockol

John Lennon - WALLS AND BRIDGES - la recensione

Recensione del 09 ott 2010 a cura di Ivano Rebustini

La recensione

Punto primo: pare che i dischi, per chi li ha generati, siano un po’ come figli.
Punto secondo: fare preferenze tra i propri figli, e quindi - vedi punto primo - tra i propri dischi, per usare un francesismo è un po’ da stronzi.
Punto terzo: se daddy John avesse fatto qualche differenza - a tutto svantaggio di “Walls and bridges” - tra questa pre-matura cenerentola in apparenza senza speranze e una creatura precoce come “John Lennon / Plastic Ono Band” o matura tout court come “Imagine”, avremmo potuto forse chiudere un occhio e ignorare il punto secondo.
Digiamolo: chiunque reputasse l’album - pubblicato da John Lennon negli Stati Uniti il 26 settembre e in Inghilterra il 4 ottobre 1974, cinque giorni prima del suo trentaquattresimo compleanno (artisticamente un regalo così così, commercialmente un gran bel cadeau) - alla stessa stregua dei suoi dischi più celebri e celebrati, sarebbe molto probabilmente irriso e deriso dai lennoniani doc, Anche se pare, sembra, si dice che Elton John abbia a suo tempo insignito cenerentolo del titolo di “miglior disco solista di un ex Beatle” (grazie allo sventrapapere, ci aveva cantato e suonato lui in “Whatever gets you thru the night” - il pianoforte - e in “Surprise, surprise (Sweet bird of paradox) ”, l’organo Hammond). Quanto al botteghino, basti dire che “Whatever” raggiunse il 16 novembre il primo posto nella classifica dei singoli di Billboard; il successo fu bissato dall’album, che in Gran Bretagna si dovette però accontentare della sesta posizione.
D’altro canto, se un’opera può o addirittura deve essere lo specchio dell’animo (più “anemos” che “anima”), e l’animo - si sa - è di salute cagionevole, “Walls and bridges” è l’opera perfetta. Confusa, azzardata, presuntuosa e ormonale, testimonianza fedele - quasi una seconda pelle - del Lennon che l’aveva si fa per dire partorita (qualche detrattore avrà pensato: espulsa).
A questo punto, come potrebbe uscirsene quel tal Signorini, bisogna fare un po’ di Storia, c'est-à-dire infimi, quando non infami pettegolezzi. “Walls and bridges” - forzando forse un po’ la mano, ma non la realtà - è l’unico disco di Lennon senza Yoko Ono. Se è vero che i due si separano - il “lost weekend” durerà la bellezza di diciotto mesi - quando stanno per iniziare le registrazioni dell’album precedente, andate a guardarvi o riguardarvi la copertina di “Mind games” e poi ditemi se di un disco senza Yoko si possa parlare (ai pigri, tralasciando di entrare troppo in particolari per non premiare la loro indolenza, ricorderemo che l’immagine della causa-principale-dello-scioglimento-dei-Beatles è predominante). Quanto al successivo “Rock’n’roll”, le cui vicende come vedremo sono abbondantemente e pesantemente intrecciate con quelle di “Walls”, c’è da chiedersi - May Pang, la sostituta gnocca di Yoko Ono in quel lungo fine settimana, o non May Pang - se un lavoro che Lennon fu sostanzialmente obbligato a registrare possa considerarsi davvero suo. E di conseguenza qui si decide che non faccia testo (per i reclami, lo sportello è in fondo a destra).
Dice: ma del disco ci parli, o dobbiamo rivolgerci altrove? Sì, sì, come no, ma cominciando dalla fine. Dura un minuto e sei secondi, “Ya ya”, e non è un brano di Lennon: a comporlo - dice l’etichetta - erano stati Lee Dorsey (che nel 1961 l’aveva portato al settimo posto delle solite Billboard charts), Clarence Lewis e Morgan Robinson. Ma in realtà la canzone era stata scritta a otto mani, e le due non citate appartenevano a Morris Levy, il boss della statunitense Roulette Records. Ebbene, se “Ya ya” chiude “Walls and bridges”, o addirittura se “Walls and bridges” è stato inciso da Lennon, è indirettamente merito o demerito di Levy. La tentazione di lavarmene le mani e linkare il capitolo “Origine e storia” della voce “Rock’n’roll” di Wikipedia è forte, ma strenuamente resisto, e ai pigri di cui sopra offro una short version della vicenda, opportunamente divisa per punti.
A) Quando, nel ’69, Lennon scrive “Come together” per “Abbey Road”, ha la bella pensata non solo di ispirarsi per la linea melodica a “You can’t catch me” di Chuck Berry, ma di iniziare il testo con un verso della canzone.
B) Morris Levy, che detiene i diritti di “You can’t catch me”, intenta contro Lennon una causa per plagio.
C) Lennon si accorda con Levy: inserirà in un disco di classici del R&R tre brani del di lui catalogo, e in cambio il buon Morris rinuncerà alla causa.
D) A Los Angeles, dove si è trasferito da New York con May Pang, John - che ha affidato a Phil Spector l’incarico di produrre il disco - inizia nel dicembre del ’73 le registrazioni del futuro “Rock’n’roll”. Meglio sarebbe dire che ci prova, perché
E) dopo bisbocce sessuochimicoetiliche che durano mesi e traversie varie che non sto a raccontarvi, a maggio del 1974 Lennon torna a N.Y. - accompagnato dalla (in)fida segretaria (di Yoko) May Pang - per registrare un album di inediti. Sarà “Walls and bridges”.
E “Rock’n’roll”? Dopo, dopo (uscirà, superate altre traversie, nel febbraio del ’75, prodotto insieme alla rediviva Yoko). L’accordo con Levy è andato - temporaneamente - a bitches, ma Lennon, non pago, decide di prendere il povero Morris per il didietro. È così che John incide insieme al figlio undicenne Julian alla batteria, piazzandola alla fine dell’album, una zoppicante cover di “Ya ya”, uno dei brani del catalogo di Levy che ritroveremo in “Rock’n’roll”, aprendo le chiamiamole danze con l’irridente frase «Ok, let's do sitting in the lala and get rid of that!», una cosa tipo suoniamo sitting in the lala e diamoci un taglio.
A questo punto, tanto per fare una cosa che probabilmente non avrà mai fatto nessuno, possiamo anche continuare a parlare del disco risalendo la corrente come la carpa di Nek, e chissà che riascoltandolo al contrario non si riesca a captare qualcosa di diabolico. Non è comunque questo il caso di “Nobody loves you (When you’re down and out)”, che sarebbe stata scritta “per” Frank Sinatra: lennoniana fino al midollo, è una ballatona che in realtà ha poco o niente a che vedere con “The voice”; in puro stile “Jealous guy” o “Mind games”, con tanto di fischiettata finale, è appesantita da archi e fiati spectoriani, solo in parte bilanciati da un assolo di chitarra slide in puro Harrison style.
Proseguendo, ecco l’unico strumentale mai inciso da Lennon, il dimenticabile R&B, nel senso di rock and blues “Beef jerky”, ma si sa che i brani strumentali non erano propriamente una specialità della casa fin dai tempi dei Beatles; degna di nota è però l’inclusione nel brano del riff chitarristico di “Let me roll it”, il pezzo con il quale Paul McCartney aveva risposto - in “Band on the run” – all’avvelenata “How do you sleep?” di John, da “Imagine”. E fermiamoci qui, che di questo passo si rischia di tornare al Liverpool Institute.
Anche se è con un’altra avvelenata che dobbiamo subito fare i conti, “Steel and glass”, in cui - voce irosa e in overdose di reverbero sull’ipnotico tappeto di violini fornito dalla New York Philarmonic Orchestra - Lennon prende di mira l’ex manager dei Beatles Allen Klein, il cui telefono non squilla più e al quale nessuno più risponde, costretto a lasciare in giro il suo odore “like an alley cat”, come un gatto randagio.
“Surprise, surprise (Sweet bird of paradox)” è un branetto rock più da Stones che da Beatles, di cui si ricordano soprattutto la presenza di Elton John, il riutilizzo del finale di “Drive my car”, la dedica a M.P. e l’essere stato il primo registrato per il disco, mentre subito dopo, che dico, subito prima ecco uno dei pezzi forti dell’album, “#9 dream” (number nine, number nine, number nine… ricordate?), che apriva nel secolo scorso la facciata B del 33 giri, di cui va almeno citata la copertina della prima edizione, con disegni scolastici di Little Johnny e una serie di foto del suo viso tagliati orizzontalmente in tre fustelle per poter essere combinabili in modi diversi (http://www.jpgr.co.uk/pctc253.html).
Chitarra (e anche un po’ di melodia) alla Harrison, archi in odore dei Fab Four più psichedelici, le voci di Harry Nilsson (che ritroveremo più indietro in “Old dirt road”), dell’autrice di best seller dei Sixties Lori Burton e - rullo di tamburi - di May Pang, “#9 dream” vanta una cover dei R.E.M. (nel 2008, per l’album tributo “Instant Karma: The Amnesty International Campaign to Save Darfur”) e - va beh - una degli A-ha.
Fingiamo di girare il 33, e a questo punto possiamo pure cominciare dalla prima traccia (non è solo comodità, ve ne renderete conto alla fine). “Going down on love”, che apre il disco, fa parte - insieme a “What you got” e “Bless you” - d’una sorta di trittico anti Yoko. E chissà se è anche per ridare ai Beatles quello che era dei Beatles che dopo un minuto e quindici secondi scopriamo Lennon a cantare “somebody please, please help me”.
“Whatever gets you thru the night” è la canzone(tta) senza dubbio alcuno più famosa dell’album, quella che negli States aveva raggiunto la vetta della classifica dei singoli; John la canta insieme all’altro John, Elton, insieme al quale la riproporrà dal vivo (ultima esibizione di Lennon) il 28 novembre del ’74 al Madison Square Garden di New York, con il pubblico in sollucchero grazie anche alle cover, graziosamente elargite dal duo, delle beatlesiane “I saw her standing there” e “Lucy in the sky with diamonds”, che era anche l’ultimo singolo di E.J. La versione live di “Whatever”, insieme a una “Nobody loves you” acustica e a un’intervista a Lennon di Bob Mercer, comparirà nelle bonus tracks della prima edizione rimasterizzata di “Walls and bridges” uscita nel 2005.
“Old dirt road” è una ballata country scritta insieme a Harry Nilsson, autore noto in realtà per aver interpretato “Everybody's talkin'” di Fred Neil nella colonna sonora del film “Midnight cowboy” (“Un uomo da marciapiede”), mentre “What you got” è un rock tirato e nervoso, nel quale ha il suo bel daffare la sezione ritmica composta dai fidi Jim Keltner alla batteria e Klaus Voorman al basso, già nella Plastic Ono Band (altro sessionman eccellente che suona nel disco è il “sesto Stone” Nicky Hopkins).
Siamo quasi alla fine (della prima facciata): a chiuderla - e a chiudere come meglio non si potrebbe questa avventurosa recensione -, dopo una “Bless you” tra jazz e night club, è la cupa, torva e profetica “Scared”, una canzone in cui John Lennon affronta la paura di invecchiare in solitudine. Un rischio che - sappiamo bene - non correrà: come canta nella penultima strofa, “Hatred and jealousy gonna be the death of me”, l’odio e la gelosia saranno la sua morte.
P.S. Dr. Winston O'Ghurkin, Hon. John St. John Johnson, Rev. Thumbs Ghurkin, Kaptain Kundalini, Rev. Fred Ghurkin, Mel Torment, Dr. Dream, Dr. Winston O'Ghurkin, Dr. Winston O'Reggae, Dr. Winston and Booker Table and the Maitre d's, Dwarf McDougal, Dad: non c’è traccia di Lennon, nei credits dell’album. Al suo posto, sono citati questi misteriosi undici signori e il papà di Julian. Della serie: in un disco senza Yoko, non poteva esserci John.

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