«20TEN - Prince» la recensione di Rockol

Prince - 20TEN - la recensione

Recensione del 16 lug 2010

La recensione

Rischiava di venire oscurato da molte cose, "20 ten". Perché ormai, bisogna ammetterlo, Prince non è più il Dioniso in salsa soul-funk dei tempi d'oro, quello che Miles Davis battezzò "nuovo Duke Ellington", e molto probabilmente è giusto così: un po' perché il mondo è cambiato più velocemente di quanto non sia cambiato lui (e le recenti boutade sul Web ne sono un esempio lampante), un po' perché a lui del mondo è sempre fregato piuttosto poco (e le recenti boutade sul Web ne sono un ulteriore esempio), un po' perché sembra che - negli ultimi anni - il Nostro si sia dedicato con più passione a studiare la sua platea che non - banalmente - a soddisfarla, visti gli esperimenti (col sito, coi concerti, coi dischi) in materia di marketing. Insomma, il rischio di trovarsi di fronte all'ennesima epifania della Vecchia Gloria da contemplare con riverente ammirazione riservando i "sì, però che palle" alle confidenze con gli amici più intimi era molto concreto, date le premesse. Invece "20 ten" non è affatto un disco scontato o prevedibile: sia chiaro, niente di epocale, o che faccia gridare al miracolo. Il folletto di Minneapolis tiene fede a quelli che sono gli standard di un artista di altissimo lignaggio qual è: ovviamente ben suonato, arrangiato e prodotto, senza particolari guizzi ma con un buon livello complessivo, "20 ten" - nove brani più una ghost track, in chiusura, con un verso al quale si preferisce pensare come ad un capolavoro di autoironia, "From the heart of Minnesota / here comes the purple Yoda" - non aggiunge niente a quanto consegnato alla storia della musica da Prince nel corso della sua pluridecennale carriera, ma sa comunque intrattenere, farsi ascoltare e apprezzare. Ci sono i suoi segni distintivi tipici, in grande quantità, come l'uso dei synth (passé, non vintage, e per questo apprezzabili), i riff di chitarra e il groove nelle ritmiche (ammirabile in "Lavaux") che rimandano direttamente ai migliori episodi anni Ottanta, così come ci sono passaggi più deboli, specie quando prende il sopravvento una certa voglia di attualizzazione piuttosto maldestra (prendiamo, ad esempio, il proto-rap su "Sticky like glue") o quando la lancetta dei bpm scende verso atmosfere più languide ("Walk in sand"). In ogni caso, oggi più che mai sono le canzoni ad occupare il centro della scena, nei dischi di Prince: tralasciando la veste, che mostra i suoi anni (e, forse proprio per questo, ha fascino), è impossibile non notare come - dopo anni, epoche, mode e correnti - Mr Nelson ancora non riesca a non fare scuola. E il fatto che la sua eredità non venga ancora considerata una reliquia ormai consegnata definitivamente alla storia, ma sia ancora profondamente scrutata, studiata e - cosa più importante - reinventata da schiere di (più o meno) giovani epigoni ne è la prova migliore.
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