«OPTION PARALYSIS - Dillinger Escape Plan» la recensione di Rockol

Dillinger Escape Plan - OPTION PARALYSIS - la recensione

Recensione del 31 mar 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Mi è capitato di recente di vedere i Dillinger Escape Plan dal vivo, al Magnolia di Segrate, alle porte di Milano. Fino ad allora mi ero limitato a tenerli sotto controllo, per quanto con un occhio di riguardo. Stiamo parlando di una band che ha festeggiato da poco i dieci anni di attività, quindi ancora relativamente giovane sebbene già praticamente di culto. Ma di culto per chi? Per gli amanti del math-core più aggressivo? Per gli assatanati hardcore che si consumano l’ugola facendo stage diving in salotto? Il concerto è stato una risposta soddisfacente alle mie domande (plausibilissime). Sembra che i Dillinger siano una band di culto un po’ per tutti, un punto di riferimento sia per gli amanti delle sonorità estreme che per chi ama la musica da ben altre prospettive, magari un pelino più levigate. E come per i Converge di “Axe to fall”, il discorso si fa più ampio e il bravo recensore si sente in dovere di chiamare in causa riferimenti ben più quotati per nobilitare quella che all’orecchio più distratto, può sembrare solamente l’ennesima variazione sul tema (metal). Quindi al concerto, mi sono trovato nel bel mezzo di una platea variegata fatta di giovani veementi pronti a vendere cara la pelle, e meno giovani più ricercati attratti da ben altre golosità. E parliamo di free-jazz, progressive e alternative. “Option Paralysis” è il quarto album della band del New Jersey, il primo per la neonata etichetta Party Smasher e per il nuovo batterista Billy Rimer, chiamato a sostituire il bravissimo Gil Sharone ormai in pianta stabile in casa Stolen Babies. Arrivato a tre anni di distanza dal precedente (ottimo) “Ire Works”, “Option Paralysis” vede protagonista il massiccio vocalist Greg Puciato - autore della totalità dei testi - e si mantiene fedele alla linea, snocciolando riff atomici cadenzati da tempistiche fuori dalla grazia di Dio, oramai il vero marchio di fabbrica della band, alternando però a pezzi più tipicamente hardcore in stile Converge come “Good neighbor” e “Crystal morning”, ballate più complesse e particolari. E qui va fatto un doveroso salto nel tempo, per la precisione al 1999. Ai tempi la band aveva appena esordito quando un già affermato Mike Patton, colpito dall’impressionante resa live (in seguito la rivista Kerrang! li eleggerà la miglior live band sul pianeta e NME la band più pericolosa del mondo tanto per dire), ci vide più lungo di tutti e con i Mr. Bangles decise di collaborare con i nostri eroi. L’amicizia è durata negli anni e oggi ci può essere d’aiuto per capire uscite come “Widower”, un capolavoro di sei minuti che non ha nulla da invidiare agli episodi meglio riusciti dei Faith No More e che si guadagna senza dubbio la palma d’oro di miglior pezzo in assoluto in questo 2010, almeno per il sottoscritto. Convivere con uno come Patton a qualcosa doveva pur portare e i frutti si possono godere nell’intero “Option Paralysis”. S’inizia con la bellissima “Farewell, Mona Lisa”, passando poi per il controtempo di “Gold teeth on a bum” dove fanno capolino sonorità alla Alice In Chains fino alla doppietta finale “Parasitic Twins” / “Heat deaf malte grill” dove la presenza dei Faith No More è quasi ingombrante tanto esplicita. E per una volta non è un difetto, quanto una dichiarazione d’intenti. I Dillinger sono a tutti gli effetti gli eredi designati della band di San Francisco di cui “Option Paralysis” non è altro che la versione aggiornata, più cattiva e in forma smagliante. A conti fatti un album in cui convivono due anime che si sposano alla perfezione, da una parte l’hardcore e dall’altra l’alternative, accomunate da una follia di base che funge da collante mantenendo alto il livello di guardia senza permettere che si scada nella ripetitività o (non sia mai) nella noia. Pericoli che non si corrono con i Dillinger Escape Plan: che si stia parlando di un album o di una serata dal vivo lo spettacolo è garantito.

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