«ELVIS PERKINS IN DEARLAND - Elvis Perkins» la recensione di Rockol

Elvis Perkins - ELVIS PERKINS IN DEARLAND - la recensione

Recensione del 23 apr 2009 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Un anno fa avevamo lasciato Elvis Perkins sul palco di un locale milanese, con la corda consunta che a fatica reggeva la chitarra, con la sua faccia da predicatore mormone, e la divertente band che lo accompagnava.
Era una tappa del tour mondiale con cui il cantautore statunitense promuoveva il suo album di debutto, "Ash wednesday", una breve raccolta di brani folk alleggeriti dalla vena pop di Elvis. Un tour che ha influito molto nella sua crescita artistica e che ha saldato la collaborazione con i suoi musicisti.
Esperienza e affiatamento sono infatti alla base del nuovo "Elvis Perkins in Dearland": dieci canzoni che ci mostrano un artista mai così intenso e divertente: alla base della sua musica c'è sempre la grande storia del country-folk americano, ma qui viene colorata con richiami al reggae, al blues e anche alle orchestre Dixieland.
Basta ascoltare "Shampoo", il brano che apre il disco (da lui descritto come "una storia d'amore metafisica"), per intuire immediatamente che Elvis ha percorso una lunga strada contaminando sempre di più il sound fino a raggiungere qualcosa di veramente personale e ottenendo un'intensità che raramente avevamo sentito in passato.
Così, tra una sponda e l'altra di questo fiume in piena, Perkins ci trascina tra le sue storie in cui cambia continuamente marcia passando dal ritmo allegro "Hey", al blues commosso di "Hours last stand", e ,quando ci pare di aver capito a quale gioco sta giocando, ci spiazza totalmente con un brano come "I'll be arriving": soul inteso come anima straziata, un urlo, quasi un pianto, un ritmo sciamanico rallentato e un muro di organi che ci portano in una dimensione in cui Elvis mostra tutto il suo furore creativo.
Dopo le tastiere arriva il turno dei i fiati, prima per la dolce ballata "Chains, chains, chains" e poi in "Doomsday", straordinario inno alla vita celebrato in una festa di ritmi e trombe in quella che è sicuramente la più bella canzone scritta da Perkins fino a oggi.
Usciti da questo vortice ci rimangono solo due canzoni prima della fine: la dolce "1,2,3 Goodbye" con la sua coda d'archi e la nostalgica ballata "How's forever been baby" in cui si ritorna al folk tipico della vecchia produzione di Elvis. Quel folk che ci ricorda quanto sia poco importante quale materiale si va a ripescare, ma come lo si interpreti. Ed è in questo che Elvis Perkins ha dimostrato di non essere un semplice cantautore legato al passato.

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