«SICK TAMBURO - Sick Tamburo» la recensione di Rockol

Sick Tamburo - SICK TAMBURO - la recensione

Recensione del 22 apr 2009 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Càpita, ogni tanto (a me càpita molto raramente, ormai), di entusiasmarsi per un disco. Succede per caso, per combinazione, per curiosità. Stavo aggiornando, tempo fa, la biografia dei Prozac + per l’archivio di Rockol, quando sono incappato in un post di blog che citava il nome “Sick Tamburo” (Sick Tamburo è, se volete, uno spin-off, o un side project dei Prozac +; ne fanno parte Gianmaria, il chitarrista, ed Elisabetta, la bassista, che qui è la voce).
Ho seguito la traccia, ho trovato una pagina Myspace e ci ho trovato un video assurdo e uno slideshow di foto delirante, Questi fanno per me, ho pensato. Un po’ di Residents e un po’ di Devo, testi in italiano, suoni potenti e scarni: insomma, mi sono piaciuti.
E ho cominciato a rompere le scatole in redazione per sapere quando usciva il disco, prenotandomi per la recensione - questa, appunto.
Quando è arrivato il disco, il primo brano mi ha lasciato interdetto: “Sick Tamburo” è poco più che una sigla elettronica, una specie di introduzione, meno di tre minuti messi lì per spiazzare. Poi è partito “Il mio cane con tre zampe”, che è già un riassunto efficace della formula dei Sick Tamburo: aggressività, potenza, testi intelligentemente non-narrativi costruiti sull’efficacia della ripetitività, filastrocche rap-elettroniche cantate - o meglio, declamate - da una voce “ineducata” e proprio per questo capace di colpire con una violenza del tutto inedita.
Riff brevi e immediati, uso del riverbero, il vuoto sonoro impiegato per dare maggior risalto al pieno che lo segue. Lo schema è ripetuto in quasi tutti i brani: la parola iniziale di ogni verso è la stessa, i versi e le strofe si sviluppano per accumulazione e per antifrasi (“Non” potrebbe essere una poesia del giovane Palazzeschi, quello più legato all’esperienza futurista), l’uso della rima e dell’assonanza è magistrale. E le melodie sono rapide e contagiose, brevi e cantabili, così che le canzoni (canzoni?) si conficcano nella memoria e nell’orecchio.
Difficile dirvi quali sono le mie preferite: dovendo sceglierne una sola nominerei “Forse è l’amore”, che mi fa pensare a “Girl U want” dei Devo, candidata perfetta a diventare la “Pop porno” della prossima stagione (consideratelo un augurio, non una maledizione!), ma anche “Dimentica”, clamoroso inno di disamore, e “Sogno”, e l’ironica “Prima che muoia ancora”...
Mi mancano le parole, e non è che mi capiti spesso: ma capisco che non potrei descrivere quest’album in maniera razionale senza in qualche modo far apparire meno travolgente l’entusiasmo che suscita in me l’ascolto delle sue canzoni. Quindi, smetto. Andate ad ascoltarlo, fatemi un piacere. Fatevi un piacere.

Pop
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