«FORK IN THE ROAD - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - FORK IN THE ROAD - la recensione

Recensione del 09 apr 2009 a cura di Davide Poliani

La recensione

Al di là dell'ovvia mitologia (trasformata come da contratto in luogo comune dai tanti che ne scrivono, per passione o per dovere) tutta nordamericana fatta di strade e macchine - nello specifico, la sua Lincoln Continental del '59 adattata alle alimentazioni alternative - la vera domanda da porsi sarebbe: che tassello occupa "Fork in the road" nel 2009 di Neil Young? Un 2009 fatto tanto di passato (il lavoro, immane, sulla sua colossale retrospettiva attesa a breve nei negozi, vedi News) quanto di futuro (i video appena pubblicati sul suo sito). Un 2009, in sostanza, fatto di contraddizioni tra quello che è stato, quello che è, e quello che potrebbe essere. E di recessione. Se, quindi, dovessimo trovare una collocazione nel corpus younghiano annuale per questo "Fork in the road", potremmo assegnare al nuovo capitolo in studio del rocker canadese il ruolo di faro sull'attualità, quella contingente, che condiziona la vita quotidiana dei tanti John Doe che "devono dimenticare quest'anno, per salutare le truppe, ancora invischiate in quella cazzo di guerra" (dalla title track). Un seguito tutto sommato coerente a "Living with war", forse più domestico e meno militante, in un certo senso, ma sempre politico. Per questo più spontaneo, anche musicalmente: sicuramente sincero, diretto, a tratti polveroso. Energico, senza dubbio. Non trascurato, però, nonostante certi aspetti che potrebbero far pensare gli audiofili ad una diffusa leggerezza nel fissare su nastro i brani. Si percepisce una certa urgenza, infatti, nel "tirare fuori" le canzoni di questo disco: dal cantato, quasi sempre stentòreo, declamatorio, al riff scabro, in apertura, di "When worlds collide" (ogni riferimento alla pietra miliare della fantascienza del '51 sarà puramente casuale?), che marca - anche a livello sonoro - lo standard di questo disco (un crunch saturo, quasi onnipresente - eccezion fatta per le "soste" su "Off the road" e "Light a candle" - lungo le dieci tracce, come il rombo dei motori delle auto in viaggio ascoltato da uno dei tanti distributori disseminati sulle highway statunitensi), è subito chiara la matrice primitiva di "Fork in the road". Primitiva perché adatta a salire "dal basso", perché conscia che non sono questi i periodi più propizi a voli pindarci, nonostante le grandi speranze ("Ho una speranza, ma non puoi mangiare la speranza", sempre da "Fork in the road") che si stagliano all'orizzonte. E' quindi molto più complesso e sfaccettato, l'ultimo lavoro di Young, nonostante l'elementare e scarna apparenza. Perché Neil, come tutti noi, sa che di questi tempi ci si trovi tutti davanti ad un bivio ("a fork in the road", appunto), e che la posta in gioco sia altissima. E che, forse, le questioni di maggiore gravità vanno trattate con (intelligente) leggerezza. Magari stando "dietro al volante, cantando una canzone. Per cambiare il mondo".

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