«FEVER RAY - Fever Ray» la recensione di Rockol

Fever Ray - FEVER RAY - la recensione

Recensione del 08 apr 2009 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Karin Dreijer Andersson. Una cantante bionda, algida, misteriosa. Questa affascinante figura è colei che si cela dietro al progetto Fever Ray. Nella vita meglio non dare nulla per scontato, quindi due brevi parole sulla musicista svedese. Molti si ricorderanno della voce di Karin su "What else is there?", successo planetario del duo electro-pop norvegese dei Royksopp, altri conosceranno forse i The Knife, un duo formato dalla cantante con il fratello Olof nei primi anni Duemila ed esplosi (nel mercato indie) nel 2006 con l'album "Silent shout". Non molti ricorderanno la (in effetti non indimenticabile) collaborazione con i dEUS in "Slow" del 2008. Recentemente altre due partecipazioni nel nuovo album dei Royksopp ("Junior") ed il suo nome e la sua leggenda (Karin si fa vedere in pubblico quasi esclusivamente mascherata: persino i Royskopp dicono di averla incontrata dal vivo solo una volta, vestita da orso) che restano in quota, alimentati dal nuovo progetto Fever Ray.
Dopo il faticoso lavoro promozionale per l'ultimo album con i Knife ed aver dato alla luce il suo secondogenito, a inizio 2007 Karin decide di prendersi una piccola pausa e lavorare in proprio. Le idee e le creazioni che ne escono sono buone e così la Dreijer chiama il fido produttore Christoffer Berg (sempre al fianco dei Knife) e insieme mettono le mani sui demo sviluppati fino a quel momento.
Così, dopo alcuni mesi di lavoro, ecco “Fever Ray”.
L’impatto con il disco è pesante, ma al tempo stesso attraente, claustrofobico, ma contemporaneamente irresistibile ed è quasi impossibile non collegare le melodie elettroniche, algide e cupe qui presenti con un inverno svedese buio e lungo.
L’iniziale “If I had a heart” simboleggia al meglio queste sensazioni, con sonorità elettroniche tetre e lancinanti e voci filtrate a fare da sponda (“If I had a heart I could love you, if I had a voice i would sing, after the night when I wake up I'll see what tomorrow brings”). Leggermente più luminosa “When I grow up”, un’atmosfera che si fa più rarefatta, un piccolo raggio di sole nell’oscurità. “Dry & dusty” si posiziona in bilico tra sintetizzatori ed un down tempo nebuloso, con “Seven” ci si sposta invece verso una sorta di tribal-pop, con un sound maggiormente aperto, seppur sintetico.
Percussioni africane e sonorità giapponesi permeano l’elettronica di “Triangle walks” prima del trip-hop sperimentale di “Concrete walls” e quello più sognante e vibrante dell’ottima “Now’s the only time I know”.
A chiudere, a parte la forse troppo lunga e pesante “Keep the streets empty for me”, due episodi tra i migliori del disco: l’intenso urlo di dolore di “I’m not done” (“Is it dark already? how light is a light? Do you laugh while screaming? Is it cold outside?”) e l’ode sognante, positiva e leggera, con la sezione ritmica in stile Depeche Mode, di “Coconut”, come a dire che alla fine, anche dopo tanto buio, torna sempre a splendere la luce (“When the night falls, there is fire in the bungalow. Lay back with a big cigar, lay back we are where we are”).
Insomma, “Fever Ray” è uno splendido disegno nordico: elettronico, algido, oscuro, ma che lascia spazio ai sogni, un disco che non vi catturerà forse al primo colpo, ma se lo lascerete entrare vi sedurrà pericolosamente, proprio come la misteriosa Karin. Un album ed un progetto che rinforzano ulteriormente la prolifica scena musicale scandinava, una parte di Europa dove la cultura e l’arte moderna hanno ancora un’elevata considerazione, popolare e istituzionale. Ed i risultati si vedono…

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