«LOTUSFLOW3R - Prince» la recensione di Rockol

Prince - LOTUSFLOW3R - la recensione

Recensione del 07 apr 2009

La recensione

Paghi uno e prendi tre, stavolta è proprio il caso di dirlo. I due nuovi album di Prince e il disco di debutto della sua nuova protetta Bria Valente in America li vendono solo i grandi magazzini della catena Target, confezione unica al prezzo scontato di 12 dollari. Un’offerta commerciale da detersivo o da soft drink: del resto Mr. Nelson s’è accorto prima degli altri che i cd erano articoli ormai svalutati, buoni come gadget o veicoli promozionali. Ha cominciato a regalarli agli spettatori dei suoi concerti, li ha infilati come allegati nel supplemento domenicale di un quotidiano inglese ad alta tiratura provocando le ire dei negozianti e della casa discografica che si era scelto come partner. Stavolta, senza un’etichetta (per ora) alle spalle, s’è preso ulteriori libertà: i dischi sono l’antipasto di un menù molto più ricco di musica, video, foto, contenuti extra gradualmente disponibili sul suo nuovo sito Internet ai fedeli abbonati disposti a sborsare 77 dollari sulla fiducia. Un visionario e un genietto del marketing, sempre e comunque. La musica? “LOTuSFLOW3R” e “MPLSoUND” sono i due lati della medaglia, diversissimi tra loro. Un disco rock psichedelico da ascoltare seduti in poltrona e un party record con cui scatenarsi nella danza. Rievocazioni anni Sessanta/Settanta da una parte e revival anni Ottanta dall’altra. Una festa di chitarre elettriche da un lato, un’orgia di drum machine e sintetizzatori dall’altro. “LOTuSFLOW3R” è la punta più scintillante del tridente, con un bel feeling da disco “suonato”, il principe scatenato alla sei corde (ci sa fare, niente da dire), il sax di Maceo Parker come guest star, una sezione ritmica agile e pulsante. Un album colorato e “spaziale” a partire dalla copertina, che respira aromi forti di Hendrix e Funkadelic, War e Sly & the Family Stone. Inizia con una fusion strumentale allo stato liquido e gassoso, un piano elettrico alla Herbie Hancock, chitarre alla Santana e John McLaughlin quando inseguivano la cometa di John Coltrane. Poi incombe il fantasma di Jimi, e in “Boom”, nel bel psycho-blues di “Colonized mind”, nel jazz funk di “Wall of Berlin” Prince si lancia in assoli sfolgoranti a tutto braccio sfoderando per la torrida “Dreamer” persino il wah wah di “Voodoo chile”. Non aspettatevi un disco a tema, però, anche se il folletto torna indietro di quarant’anni esatti per acciuffare gli accordi di “Crimson and clover” di Tommy James and the Shondells (la “Soli si muore” di Michele e Patrick Samson, pura nostalgia anni Sessanta) intrecciando enigmaticamente le sue ghirlande hippie con il riff truculento della “Wild thing” dei Troggs. Troppo schizzato e irrequieto, il Nostro, per restare aggrappato quaranta minuti a un’idea soltanto, un solo concept. Si respira ancora Sixties pop, stile “Manic monday” nella versione delle Bangles, nella solare “The morning after” (che sostituisce “Crimson and clover” nella versione “digitale” dell’album), ma poi spazio al delicato pop soul con archi di “4ever”, all’electro-funk da manuale princiano di “Feel good, feel better, feel wonderful”, all’exotica in bossa nova di “Love like jazz”, al pastiche swing di “$” e a quello zappiano di “…Back to the lotus”. Il colpo basso che non ti aspetti è “77 Beverly Park” (è l’indirizzo del suo studio di registrazione): “sembra un pasta commercial”, scrive bene il recensore di Vibe, uno spot per una marca di spaghetti con tanto di mandolini e Mediterraneo da cartolina e chissà cosa passava nella testa dell’uomo di Minneapolis, quel giorno.
Meno sorprese, ma anche minore divertimento, in “MPLSoUND” (il titolo sta per “the sound of Minneapolis): dove, facendo tutto da sé, Prince guarda al suo passato piuttosto che alla storia del rock infilando una sequenza implacabile di synth-funk buoni per le piste da ballo e per il lettore cd in auto (come ha annotato un altro giornalista americano) con il contorno classico di urletti, suadenti voci femminili e martellanti beatbox. In “There’ll never B (another like me”) l’incontenibile one man bandsi autocita e autoincensa, nei sette minuti abbondanti di “Ol’ skool company” strappa il ritmo e inneggia al “power to the people”, in “Valentina” si arrapa esprimendo tutta la sua ammirazione macho per Salma Hayek attraverso una lettera aperta indirizzata alla figlia. “Chocolate box” e “Dance 4 me” sono altri confettini sexy e ipercinetici, mentre si riprende fiato con “U’re gonna c me” e “Better with time”, ballate un po’ melliflue, con il pop soul elettronico di “Here” (che ricorda il Todd Rundgren primi anni Settanta), con la nostalgia rock’n’roll rivisitata in “No more candy 4 u”.
Resta da dire di Bria, “la Sade del 2000”. Ben dotata vocalmente e non solo, come nelle migliori tradizioni di casa Prince, è pilotata dal mentore su rotte sicure ma convenzionali. Il deus ex machina pensa a tutto com’è nel suo stile ma niente da fare, “Elixer” suona troppo uguale a tanti altri prodotti e prodottini nu soul che infestano Mtv e le radio americane: giusto qualche intermezzo più etereo e sognante (“Immersion”), qualche pennellata di sofisticato lounge jazz (“All this love”), una coloritura di archi e di velluti (“Elixer”, la title track). Non sono l’unico a dirlo, ma concordo con i primi giudizi americani: nessun frisson, nessuna canzone o motivo memorabile. Niente infamia e niente lode, una musica vacua e nel migliore dei casi appena gradevole. Riassumendo: un disco buono, uno così così, l’altro superfluo. Sapete com'è, con le offerte da supermercato. Con la scusa del prezzo, rischiate di portarvi a casa anche quello che non vi serve.


(Alfredo Marziano)
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