Recensioni / 06 apr 2009

Empire of the Sun - WALKING ON A DREAM - la recensione

Recensione di Marco Jeannin
WALKING ON A DREAM
Capitol (CD)
Indicati come la "next best thing" già prima di nascere, gli Empire Of The Sun sbarcano anche nel Bel Paese con circa sei mesi di ritardo rispetto alla pubblicazione inglese di “Walking on a dream”. Luke Steele degli Sleepy Jackson e Nick Littlemore dei Pnau sono i due che hanno dato origine al progetto elettro-pop Empire of the sun nel 2007.
Come spesso accade, la fama li ha preceduti e, specialmente in rete, è già da un bel pezzo che si possono trovare commenti e introduzioni varie al duo, visti dalla maggioranza come i veri eredi dei quasi contemporanei MGMT. Effettivamente entrambi sono in due, entrambi propongono un genere a tratti simile di musica (all’orecchio più distratto) e hanno saputo costruire un’immagine d’impatto. La realtà è che negli australiani Empire Of The Sun è stata minimizzata la psichedelia, a favore di una vena pop tendenzialmente commerciale. Un altro mondo insomma. Nessun miracolo o rivoluzione, ma tanti potenziali singoli spacca classifica pronti ad essere eletti tormentoni per l’estate che deve venire. E se il sondaggio della BBC sul sound del 2009 li vede ricoprire la quarta posizione forse un motivo ci sarà.
Entrando nel dettaglio, i pezzi che compongono “Walking on a dream” sono dieci (undici su iTunes), la compattezza dell’album è innegabile, ma conviene parlare più di mancanza di originalità che di altro. Il lato A è quello riservato ai pezzi più facili e diretti, vedi il singolo “Walking on a dream”, “Half Mast”, “We are the people” (secondo singolo) o il pezzo di apertura “Standing on the shore”, tutti molto simili ai parigini Phoenix (quelli di “If I ever feel better” tanto per citarne una). Le melodie sono efficaci e restano in testa, ma il sospetto è che sia un fuoco di paglia. Con “Delta bay” si hanno le prime avvisaglie di un cambiamento, e qui forse gli MGMT possono rientrare in gioco. Il processo di dilatazione del suono e sperimentazione è evidente anche nei brani successivi : in “Country”, “Swordfish Hotkiss Night” e soprattutto “The world” l’atmosfera si fa più rarefatta e il clima decisamente sognante. E’ questa la parte migliore del disco, più interessante e riflessiva. Purtroppo la conclusione ritorna sul registro d’apertura, addirittura peggiorando la situazione con l’immancabile lentone di turno, “Without you”, melenso come neanche negli anni Ottanta sapevano fare. Un riempitivo? Lo spero davvero. Di certo una conclusione di cattivo gusto che non rende giustizia alle (poche) buone idee che si fanno intravedere, abbassando drasticamente il già traballante giudizio.
In generale, “Walking on a dream” con un appena sufficiente. Il successo commerciale è però già stato sancito dai diversi passaggi che in questi giorni i singoli fanno in radio e sui canali musicali e probabilmente era questo l’obiettivo primario. In questo senso missione compiuta.