«CARRIED TO DUST - Calexico» la recensione di Rockol

Calexico - CARRIED TO DUST - la recensione

Recensione del 12 nov 2008

La recensione

Son tornati ad annusare aria di Messico e di Arizona, i Calexico, come in molti si auguravano dopo le divagazioni rock un po’ irrisolte di “Garden ruin”. Ma intanto hanno rinfoltito il loro seguito (per loro il Rolling Stone di Milano, il mese scorso, si è riempito come un uovo) e hanno continuato a girare il mondo: niente, dunque, sarà più come prima. Ispirandosi al più celebre romanzo di John Fante, “Chiedi alla polvere”, e appoggiandosi a un vago espediente narrativo, le peregrinazioni di uno scrittore disoccupato lungo un itinerario segnato a penna rossa su una vecchia mappa stradale, Joey Burns e John Convertino hanno varcato stavolta altri e più lontani confini. Giù fino al Cile che ancora piange Victor Jara e le altre vittime della giunta militare, e poi oltre Oceano verso una Mosca invernale e coperta di neve, prima di incrociare Vinicio Capossela in una tentacolare rumba da balera (“Polpo”, disponibile solo nell’edizione italiana del cd) e di tornare a casa attraversando le paludi sommerse di New Orleans. Fa bene alla loro musica, questa febbre del viaggio e dell’incontro, anche perché i due non si fanno tentare più di tanto dalla voglia di “etnico” e le suggestioni esotiche restano soprattutto letterarie, con le canzoni che assumono una tinta latina appena più marcata che in passato.
Qualcuno li accusa già di galleggiare in acque stagnanti, senza un guizzo o una bracciata vigorosa che increspi un po’ le acque. Ma “Carried to dust” è un disco da ascoltare a ripetizione prima di tranciare giudizi, raccogliendo dettagli e frammenti con pazienza. Burns e Convertino sono partiti da soli, a tu per tu, come ai vecchi tempi, e con l’idea di recuperare un suono più spoglio ed essenziale. Ma poi, procedendo a tappe e per strati, hanno aperto la porta a un gruppo folto di collaboratori, tanti strumenti e tante voci: i Calexico onorari Jacob Valenzuela, Martin Wenk, Volker Zander e Paul Niehaus più l’amico Sam Beam alias Iron & Wine, Amparo Sanchez e Pieta Brown, il chitarrista/cantante Jairo Zavalo (visto anche a Milano) e Douglas McCombs dei Tortoise, una multinazionale della musica popolata di statunitensi, canadesi, tedeschi e spagnoli. Ci vuole il suo tempo per annodare i fili, anche perché la voce di Burns sta spesso un passo indietro nel missaggio, quasi persa sullo sfondo, e le parole hanno un tratto impressionista e molto più sfuggente rispetto a certe esplicite sfuriate anti Bush che corredavano “Garden ruin”. Ne vien fuori, parole sue, un disco “più introspettivo, fratturato e astratto”: dove capita anche di leggere metafore ardite e immagini surreali come quella di un lago artificiale costeggiato da alberi carichi di telefoni cellulari (il mondo ipertecnologizzato che ha perso la capacità di comunicare?).
Gli “studi di canzone” di “Garden ruin” non sono stati inutili, dovranno convenire anche certi detrattori di quel disco, perché la forza di “Carried to dust” sta soprattutto nel suo non fare cieco affidamento sul mood, sulla costruzione di atmosfere di cui i Calexico sono maestri: questo è un disco di belle aperture melodiche, non solo di trombe mariachi, spazzole jazz, rimandi morriconiani e chitarre “desertiche” col vibrato incorporato (se siete fan della prima ora, tranquilli: ci sono anche quelli). Il coro e i ritmi andini di “Victor Jara’s hands” (il Cile del 1973 come la Guantanamo e l’Abu Ghraib di oggi: ecco lo sdegno politico che ritorna), il ghu zeng – una sorta di arpa cinese – e il ritornello solare di “Two silver trees”, il valzer di “The news about William”, il dolcissimo duetto country di “Slowness” deliziosamente ricamato dalla pedal steel di Niehaus si stampano subito in testa, così come quella torrida “Inspiración” che Valenzuela, in coppia con la Sanchez, conduce sulle strade di Ry Cooder e del barrio di Chávez Ravine. Con il progredire degli ascolti, si fanno largo anche lo strisciante, ipnotico psycho-country di “Bend to the road”, il dub di “Fractured air (Tornado watch)”, la sospensione spaziotemporale di “Contention city”. L’epilogo di un viaggio circolare, in cui la musica dei Calexico è cambiata senza darlo troppo a vedere, riportando a Tucson tutto il mondo che sta intorno.



(Alfredo Marziano)
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