«ONLY BY THE NIGHT - Kings Of Leon» la recensione di Rockol

Kings Of Leon - ONLY BY THE NIGHT - la recensione

Recensione del 21 ott 2008 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il ritorno del classic rock è in ritardo di quasi un lustro. Quei baffuti ragazzi che, dalla copertina del loro primo album, parevano gli Allman Brothers reincarnati, nel 2003 stavano in realtà ancora miscelando il retroterra pentecostale del genitore di tre di loro con le influenze che arrivavano da fuori Nashville e dagli anni Duemila, influenze che non potevano ignorare. "Youth and young manhood", "Aha shake heartbreak"? Una promessa prolungata, un segnale forte, un’anticamera – ma ancora molto ‘alt’, molto‘indie’, parte di una folla. Non so quanto sia piaciuto loro essere chiamati gli Strokes del Sud, per un po’. Forse non molto.
Il cambiamento arrivava lo scorso anno con l’eccellente "Because of the times", che segnava una svolta nella direzione della consistenza, dell’originalità, della fiducia nei propri mezzi, della personalità. Ma è oggi, con il clamoroso “Only by the night”, che i Kings Of Leon rivendicano la posizione di rock and roll act più bollente e credibile del momento.
Caleb, Jared, Matthew e Nathan Followill – tre fratelli e un cugino - sono affilati come lame, è questa non è una novità. Caleb, però, non canta solo con quella voce profonda, ululante e disperata, già un piccolo marchio di fabbrica, ma sfodera una pronuncia comprensibile che si staglia contro la nuova versione del ‘wall of sound’ messa a punto dal gruppo: questa è la novità. I Kings Of Leon hanno praticamente partorito questo album durante un anno trascorso on the road (e con enorme successo: vedi Glastonbury), e questa esperienza deve avere avuto un ruolo fondamentale se “Only by the night” è "arena rock" allo stato puro.
Angelo Petraglia e Jacquire King, produttori di Nashville, hanno lavorato per ampliare progressivamente gli spazi nella musica dei Kings. Meno affollata, più rilassata, più aperta alla jam – e, quindi, aperta ai gusti dei quattro musicisti, che stavolta non mancano di ‘citare’ marchi sonori o stilistici inequivocabili: i Creedence per le atmosfere e il sound, i Led Zeppelin espressamente in “Crawl”, potente e ipnotica – per indicarne giusto un paio. I tamburi sono all’insegna del riverbero, l’eco sembra cercata apposta per fare esprimere meglio le chitarre svisate, lancinanti e trascinate: curioso come tanta aria riesca a determinare un album compatto e omogeneo (11 pezzi, 43 minuti in tutto).
Niente male la disinvoltura con cui i KoL evitano le infide trappole che hanno azzoppato molti nella ricerca del famigerato "suono epico". Ciascuno trova la propria miscela. Se i primi U2 la sfangarono legando certe atmosfere oniriche e accenti mistici alla celebrazione dei classici, contrastando gli arrangiamenti eighties imperanti con la chitarra di The Edge e ripristinando ‘la verità’ con gli omaggi ai Padri (musicali e non), i ragazzi Followill scelgono un’altra via. Profondamente e genuinamente Americani, per evitare sollucheri e manierismi utilizzano soprattutto testi che incarnano la sfrontatezza, la semplicità, l’ironia volgare, la sessualità del rock’n’roll. "It's the rolling of her Spanish tongue that makes me want to stay", in "17", assomiglia a qualcosa che Chuck Berry avrebbe volentieri infilato in un suo testo se negli anni Cinquanta non avesse rischiato la buccia nel farlo. Ma è il contrasto della frase con la melodia della canzone a segnare la differenza tra una trivialata e una genialata…
In questi giorni capiterà di imbattersi nei Kings Of Leon, di stupire ascoltando il singolo “Sex on fire” alla radio e di trovarlo inaspettatamente piacevole, accessibile e diverso dal passato; di trovare Caleb in video un po’ più azzimato e pettinato; di riflettere sulla distanza che i quattro hanno messo tra i vecchi se stessi e “Only by the night”. E’ ok. Questo è il tempo di una band a proprio agio e al suo meglio.

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