«HERE WE STAND - Fratellis» la recensione di Rockol

Fratellis - HERE WE STAND - la recensione

Recensione del 18 giu 2008 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Capita di chiacchierare di musica con gente non proprio appassionata di musica, persone che conoscono i grandi nomi, quello che passa alla radio, qualche gruppetto “pseudo-indie” e poco più. La conversazione si sposta sui The Fratellis e, pensando di sfondare una porta aperta, se ne prende una in faccia. Dopo il grande successo del singolo “Chelsea dagger” si presume che il nome del trio scozzese sia entrato nella testa di un folto pubblico. In realtà c’è un solo metodo per ricordare a molta gente chi sono i Fratellis: canticchiare la melodia del loro tormentone. Solo così gli occhi dell’interlocutore si illuminano e lui potrà esclamare un…”ah…certo, certo!”.
Identificare un gruppo con una canzone o ancora peggio con una melodia può essere pericoloso per la formazione stessa, poiché si rischia di essere ricordati esclusivamente per quello. Per carità i The Fratellis hanno venduto parecchie copie anche dell’intero album d’esordio “Costello music” (2006), però…
Per scongiurarlo Jon Fratelli e soci propongono quindi il loro secondo capitolo discografico “Here we stand”, un lavoro che, oltre al compito sopra citato, ha l’arduo obiettivo di bissare il successo del primo disco.
I musicisti di Glasgow hanno dichiarato di essersi trovati a maggiore agio lavorando a questo album (piuttosto che nel precedente), di non aver avuto pressioni e di aver scelto volontariamente di registrare senza produttore per ottenere un risultato che li soddisfacesse al 100%.
Ascoltando “Here we stand” la prima caratteristica che si nota è un sound dichiaratamente rock’n’roll, leggermente sfumato di glam, ispirato ai gruppi degli anni Sessanta e Settanta che hanno tracciato la storia: Beatles, Rolling Stones, Kinks, David Bowie, ma anche i più attuali Oasis. Influenze evidenti e molto diffuse in tutto il lavoro, che rendono purtroppo gran parte del disco privo di originalità. Non mancano, ad onor del vero, episodi positivi come il frizzante ed elettrico singolo “Mistress mabel”, la beatlesiana “Look out sunshine”, la splendida “Lupe Brown” - ottimo brano dagli echi brit-rock - e la dolce ballata finale “Milk and money”, con il suo azzeccato cambio di velocità centrale.
Tutto il resto non è noia, ma neanche gioia. Semplicemente scorre via.

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