«JUKEBOX - Cat Power» la recensione di Rockol

Cat Power - JUKEBOX - la recensione

Recensione del 20 feb 2008

La recensione

Nel 2000 aveva pubblicato un disco programmaticamente intitolato “The covers record”. Poi, due anni fa, era andata in pellegrinaggio a Memphis per bagnarsi nelle acque della tradizione sudista e confezionare il suo primo disco mainstream, “The greatest” (qualche fan della prima ora non l’aveva presa bene). Ora il suo nuovo “Jukebox” nasce come un incrocio di quei due progenitori: classici e canzoni dimenticate (dieci su dodici non sono sue) riaccese nello splendore del suono analogico, come se fossimo ancora in pieni anni Settanta. Ecco, il suono. E’ il primo asso nella manica calato dalla signorina Chan Marshall a cui, questo lo si è capito, non dispiace giocare d’azzardo. Caldo, pastoso, ruvido, “presente” come in un vecchio album di folk blues elettrico o in un antico 45 giri di Al Green. Due vecchi guerrieri del Southern soul, Spooner Oldham (organo) e “Teenie” Hodges (chitarra, suonava già nell’album precedente), stampano il loro marchio di autenticità sul progetto ma anche i baldi giovanotti della Dirty Delta Blues Band, un pezzo di Dirty Three, uno di Delta 70 e uno di Blues Explosion, non si tirano indietro, mostrando buoni fondamentali e sorprendente adesione al ruolo. Con la principessa dell’indie rock orchestrano arrangiamenti anche avventurosi: non fosse per l’incipit del testo, il celeberrimo “Theme from New York, New York” (qui solo “New York”) di Frank Sinatra e Liza Minnelli sarebbe completamente irriconoscibile, una breve scheggia di suono che apre il disco su un ritmo marziale di batteria per immergersi subito in un clima soul blues nebbioso e pensoso . Poi “Cat” impone il suo punto di vista femminile: “Ramblin’ man” di Hank Williams diventa una “donna errante” e uno dei pezzi forti del jukebox, struggente, claustrofobica e onirica, con quelle note lancinanti di chitarra che sembrano estratte dalle viscere o arrivare da un altro mondo; e il country macho di “Silver stallion” si colora di sfumature sensuali e malinconiche grazie alla sua bella voce fumosa, una chitarra acustica e una slide (l’originale stava sul secondo album degli Highwaymen, il supergruppo con Johnny Cash, Waylon Jennings, Willie Nelson e Kris Kristofferson). Subito prima, con “Metal heart” (da “Moon pix”, 1998) miss Marshall aveva reinterpretato se stessa, strappando a unghiate il cuore della canzone in un emotivo crescendo finale. Il resto è molto “roots”, a cominciare dall’unico inedito autografo, “Song to Bobby”, che reitera una passione ossessivo-compulsiva per Dylan: qui Cat Power si fa più realista del re, e sembra proprio – nell’intonazione vocale, nel fraseggio ipnotico di chitarra folk, nel bel fluire liquido del pianoforte – di sentire mr. Zimmerman in azione dopo la svolta elettrica di “Bringing it all back home”. Un bellissimo falso d’autore, mentre il Dylan in carne ed ossa, periodo conversione cristiana di “Slow train coming”, riaffiora in “I believe in you”, suono secco, squadrato e sferzante alla Rolling Stones periodo “Exile” o “Sticky fingers”. Potrebbero ancora essere Richards & co, o la Band di Robbie Robertson, a suonare su “Aretha, sing one for me”, un dimenticato reperto dal catalogo Hi Records e dalla penna del soulman afroamericano George Jackson, vecchio sideman di Ike Turner . Altro soul (“Lost someone”, che un James Brown supplicante e incontenibile stritolava e contorceva sul leggendario “Live at the Apollo 1962”) e il blues arcaico di Jessie Mae Hemphill (“Lord, help the poor & needy”) conducono infine alla santissima trinità di Billie Holiday, Janis Joplin e Joni Mitchell, tre eroine che alla Marshall danno modo di ragionar d’amore e delle sue infinite pene. “Dont’ explain” ha il giusto pathos drammatico, “A woman left lonely” conserva la struggente fragilità che aveva su “Pearl” (lo firma proprio Oldham con Dan Penn, i due bianchi più neri che ci siano) e “Blue” è un’altra bellissima sorpresa, con quella nuvola di Hammond che la avvolge come in un sogno. Arrivati alla fine, vien voglia di inserire la monetina e ricominciare da capo. Ah, e nella special edition ci sono cinque pezzi in più, Hot Boys, Moby Grape, Nick Cave, Patsy Cline e la Roberta Flack di “Angelitos negros”.


(Alfredo Marziano)
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