«MAGIC - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - MAGIC - la recensione

Recensione del 13 set 2007 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Dopo “The rising”, ultimo album inciso con la E Street Band (2002), a Bruce Springsteen sono occorse due divagazioni prima di potere richiamare in studio la sua formazione: una confessionale, “Devils and dust”; ed una catartico/storiografica, “The Seeger sessions”. A posteriori si potrebbe osservare che mentre l’album solista serviva per guardarsi dentro e raccontare senza vergogna che quello stato di disagio (l’Undici Settembre) permaneva e certi fumi acri, lugubri e tristi stentavano a diradarsi, il disco folk era parte di un percorso di purificazione, di un ritorno alle origini - sia quelle sociali e ancestrali alla base del ‘melting pot’ a stelle e strisce, sia quelle della sua tradizione sonora: tutto da recuperare per capire, per poi ripartire.
Alla fine, come è tipico di un percorso ormai consolidato in una carriera ultra-trentennale, il Boss ritrova gli stimoli giusti per suonare al top un rock and roll senza inganni. E con “Magic”, in uscita il 28 settembre 2007 e registrato ai Southern Tracks Studios di Atlanta in otto settimane nuovamente sotto la guida di Brendan O’Brien (“The rising”, “Devils and dust”), il Boss torna a casa e, finalmente, può rivestire alcuni dei panni che più gli si addicono: quelli per lui confortevoli del “bandleader”, del direttore d’orchestra (la sua Orchestra).
La febbre è salita di colpo con l’uscita del primo singolo che anticipa l’album, “Radio nowhere”: l’esplosione di chitarre, il ‘ritorno’ di Clarence e del suo assolo, gli accenti ‘late seventies New York’ che non ci aspettavamo; ma anche il rock che brucia sulla strada come mille altre volte con il Boss, un protagonista pronto all’azione anche se là fuori nessuno risponde ("is anybody alive out there?... I just want to hear some rhythm, I just want to feel some rhythm…”). Potente, probabilmente potentissima dal vivo, così eccitante e inattesa da rischiare di essere ingannevole: non è questo, infatti, il brano-guida del disco.
La canzone-simbolo di “Magic” è, semmai, “Long walk home”, un autentico manifesto, un distillato di poesia. Istantanee scolorite di un tempo migliore, brandelli di insegnamenti paterni, alcuni scorci quasi subliminali raccontano in un attimo la fine di una storia e l’inizio di una speranza. In poche strofe la narrazione per immagini springsteeniana scrive un romanzo in una sola canzone. Cosa può essere andato storto sotto quel cielo stellato sempre uguale, in quel villaggio fondato sugli insegnamenti dei Padri, in quella comunità che viveva di principi, di amore e di rispetto, di regole “scolpite nella pietra”? Cosa manda alle ortiche una storia d’amore, cosa devasta il villaggio, cosa ha rovinato il Sogno – come fare? “It's gonna be a long walk home / Hey pretty darling, don't wait up for me”… E, mentre le liriche operano uno di quei rari miracoli che si avvera quando la dimensione personale e intimista del personaggio rivela in un minuto la realtà del suo tempo (della sua America), la E Street Band completa l’opera: attende rispettosa nel momento della disillusione, per poi crescere ed esplodere compatta e rumorosa per restituire la Speranza. Chitarre e sax, tastiere meno in evidenza che in passato, il solito suono epico: veramente una versione di qualità del ‘wall of sound’ di cui il vecchio Phil Spector andrebbe fiero (lo ritroveremo anche in “Living in the future”, “You’ll be coming down” e “Gypsy biker”, liricamente più ordinarie ma anche esse nate per il palco).
Il suono di “Magic” convince perché dimostra la crescita della relazione tra Springsteen e O’Brien - che si rivela soprattutto nella dominanza delle chitarre sulle tastiere ottenuta senza causare grossi traumi all’equilibrio che è da sempre il punto di forza della E Street Band, una squadra prima ancora che una rock band; meno bene si può dire degli arrangiamenti che, talvolta, virano bruscamente sul pop, con risultati non sempre brillanti. Fa eccezione “Girls in their summer clothes”, in cui Bruce canta alla Roy Orbison su un tappeto Sixties, con armonie che ricordano i Beach Boys migliori e in un’atmosfera vintage ma credibile. Però, prima di giudicare severamente O’Brien, attendiamo i concerti: se Springsteen prenderà direzioni diverse con i pezzi nuovi…




“Magic” è un album di buona qualità in cui svettano alcuni testi, decisamente all’altezza dei momenti migliori dell’autore: si leggano soprattutto quello della title track (in cui il titolo non è mai menzionato) e quello di “Devil’s arcade”, un’altra grande canzone oltre la già citata “Long walk home”. La profondità dei versi e delle immagini è tale da rendere i pezzi quasi multimediali (sembra di guardarli, oltre che ascoltarli). Di fronte a toni e scorci molto aspri prima ancora che tristi o pessimistici ci si chiede se questa sia forse una piccola svolta politica, se sia un passaggio militante della carriera di Springsteen. Beh, a tratti è più che un piacevole sospetto; però ricordiamo che i brani di Springsteen sono soprattutto i suoi personaggi, quindi in “Magic” la “visione” ampia si mescola spesso con momenti romantici e intimisti (e su questo versante, è struggente la dedica che è “Terry’s song”, il dodicesimo brano fantasma scritto per commemorare la recentissima scomparsa del vecchio amico e collaboratore Terry Magovern).
“Ho una sega scintillante / Mi serve solo un volontario / Ti taglierò a metà / Mentre ridi da un orecchio all’altro… / Non fidarti di nulla di ciò che ascolti / E meno ancora di quello che vedi”. Questa è Magia.

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