«OUR LOVE TO ADMIRE - Interpol» la recensione di Rockol

Interpol - OUR LOVE TO ADMIRE - la recensione

Recensione del 11 set 2007 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Due leoni attaccano ai fianchi un cervo, ma l’attacco letale non arriverà mai ad una conclusione perché tutte e tre le fiere sono in realtà impagliate e bloccate in una posa che della foga naturale ha solo l’impressione.
Basta quest’immagine per dare un’idea del terzo capitolo della discografia degli Interpol, il primo per una Major (la Capitol/Emi). Con “Our love to admire” la band newyorchese ha cercato di confermare le lodi raccolte con i suoi primi due album chiamando dietro il banco di regia Rich Costey, già produttore di Muse e Franz Ferdinand.
In realtà il sound degli Interpol non pare subire troppi cambiamenti, si conferma la vena new-new-wave e la ricerca di una certa epicità nel cantato di Paul Banks che cavalca inesorabilmente lo spettro dei Joy Division.
Un mix che dà i suoi frutti già nel brano di apertura: “Pioneer to the falls”. La canzone parte con un arpeggio di chitarra che ricorda da vicino “Smalltown boy” dei Bronsky Beat per poi prendere sempre più velocità e pathos. Banks canta storie che parlano spesso d’amore, per un’altra donna o per il prorpio figlio, come in “Scale”, mantenendo un filo emotivo molto teso.
Questa tensione inizia però a diradarsi già verso la quinta canzone, così dopo “The Heinrich maneuver” (singolo scelto per la promozione del disco), arrivano le deludenti “Mammoth”, “All is fired up” e “Rest my chemistry”.
Solo “Pace is the trick” risolleva le sorti di un disco che perde consistenza di ascolto in ascolto. Sembra qusi che gli Interpol si siano fermati ad ammirare il loro stile senza cercare nuovi spunti per le loro canzoni. E cosi, come le belve in copertina, sono fermi in posa senza lo scatto, la furia e l’azione attesa.

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