«THE WEIRDNESS - Stooges» la recensione di Rockol

Stooges - THE WEIRDNESS - la recensione

Recensione del 20 mar 2007 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tre dischi, tra il 1969 e il 1973, l'ultimo dei quali - “Raw power” – già intitolato a Iggy & The Stooges, e non alla sola band. Adesso, 34 anni dopo, ecco questo “The weirdness”, che segue una reunion che dal vivo è già attiva da tempo.
Gli Stooges hanno uno status “mitico” nella storia del rock, e l'aggettivo per una volta non è abusato: un po' perché sono considerati il ponte tra anni '60 e '70, tra il garage rock psichedelico e l'hard rock e il punk con la loro furia elettrica, e con la loro rabbia a tratti nichilista.
Di mezzo c'è stata la carriera solista di Iggy Pop, piena di alti e bassi, di aiuti importanti (come quello del suo mentore David Bowie), di performance trasgressive che hanno continuato ad alimentare il mito, di dischi buoni e di altri mediocri.
Ad un certo punto, gli artisti tornano a casa, alle loro origini: è una delle leggi non scritte della musica contemporanea. Non stupisce quindi rivedere Iggy con quello che rimane di quella formazione, i fratelli Asheton. Con loro era già andato in tour tempo fa, e aveva inciso alcuni brani in “Skull ring”, che aveva dimostrato la voglia di fare rock, diretto e senza fronzoli, per fare vedere ai ragazzini odierni da dove arriva quel suono.
“The weirdness” è esattamente quello che ci si può aspettare: un disco di rock 'n' roll selvaggio e veloce, giocato su una ritmica incalzante, su chitarre che non lasciano mai un attimo di tregua, e sulla voce sbilenca e aggressiva di Iggy Pop. Anche l'immaginario tipico di Pop c'è tutto: “My dick is turning into a tree”, declama subito alla prima canzone, “Trollin'”, tanto per mettere in chiaro le cose. Altrove decreta la fine della christianità (“The end of christianity”), e dice che “la mia idea di divertimento è ammazzare tutti” (“My idea of fun”).
Un bel disco, sicuramente. Ma anche un po' forzato, in certi passaggi: Iggy Pop è ancora in grado di dare lezioni a generazioni di (presunti) rocker in erba, sorpattutto quando ha alle spalle una band come questa in grado di sorreggerlo. Ma è altrettanto vero che certe frasi, certi suoni sono meno credibili in bocca ad un sessantenne (li farà il 21 aprile prossimo). Certo, questo è un problema più ampio, che riguarda i dinosauri del rock: lo fanno gli Stones, perché non può farlo lui?, dirà qualcuno. Vero, verissimo. Insomma, se sospendete il giudizio su questo (non trascurabile) aspetto, “The weirdness” rimane comunque un gran bel disco di rock, comunque più credibile di tanti altri che ci spacciano di questi tempi.

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