«MY NAME IS BUDDY - Ry Cooder» la recensione di Rockol

Ry Cooder - MY NAME IS BUDDY - la recensione

Recensione del 16 mar 2007

La recensione

“Fatica, grandi capoccia, raccolti scarsi, scioperi, guardie giurate, città al tramonto”.
Accidenti, quanto assomiglia all’America (al mondo) di oggi, quella del 1929 e della Grande Depressione. Gente che perde il lavoro, che preme alle frontiere della speranza, che vaga affamata e impaurita interrogandosi su un futuro precario. Se ne stanno accorgendo in tanti, e i musicisti americani più attenti al mondo reale hanno capito che è più che mai il momento di rimettere in circolo la tradizione del folk, la musica della “classe lavoratrice” e della gente comune. Springsteen, certo, con le energiche “Seeger sessions” ma prima ancora con gli spettri dolenti di “The ghost of Tom Joad” (1995). L’ultimo Mellencamp, con la sua invocazione ostinata degli autentici valori nazionali. Ma anche Ry Cooder, che su quella materia arcaica e a noi lontana solo in apparenza si arrovella dai tempi dei suoi primi dischi anni ’70, “Into the purple valley” e, soprattutto, “Boomer’s story”. Con i suoi ultimi due progetti artistici, questo e il precedente “Chávez Ravine”, il taciturno archeomusicologo californiano ha smesso di viaggiare in giro per il mondo ed è tornato a casa, scoprendosi nel frattempo una voglia nuova di “far politica”, di prender posizione (senza strilli né proclami, com’è nel suo stile ultramisurato). Già si era mostrato cocciutamente disubbidiente ai tempi in cui esportava nel mondo il “suo” Buena Vista Social Club in barba all’embargo statunitense a Cuba, poi lo avevamo visto tirar fuori dagli armadi gli scheletri del maccartismo, della corruzione politica e della finanza senza scrupoli, sempre presenti e duri a morire. E stavolta si dichiara addirittura “rosso” e sindacalista, come i protagonisti di questa sua favoletta allegorica, pare suggerita da una misteriosa lettera recapitatagli per posta e splendidamente illustrata nel libretto che accompagna il cd dal pittore e “muralista” Vincent Valdez: Buddy il gatto randagio che assomiglia a Woody Guthrie e a Leadbelly, un topolino di sinistra (Lefty Mouse), che fa venire in mente Joe Hill e un bluesman cieco con la faccia da rospetto, Reverend Tom Toad, che altri non può essere che il leggendario Gary Davis. Sono i “buoni” della storia, ma anche i cattivi hanno sagome e sembianze animalesche: il maialino “J. Edgar”, per esempio, altri non è che il paranoico, terribile e tentacolare Hoover padre padrone dell’Fbi, di cui Cooder canta in tono canzonatorio facendosi aiutare nientepopodimeno che dai “duellin’ banjos” di Pete Seeger e suo fratello Mike, testimoni oculari di fatti e misfatti e ancora desiderosi di raccontarli. E’ andato a registrarli a casa loro a Beacon, stato di New York, portandosi dietro il virtuoso del mandolino bluegrass Roland White e Paddy Moloney, l’irlandese che con il suo whistle e le sue uilleann pipes è diventato un monumento nazionale dell’Isola Verde. Altrove spuntano anche il piano jazz di Jacky Terrasson e la tromba eterea di Jon Hassell, ma se il disco tutto suona molto familiare ai cultori cooderiani è perché stavolta Ry ha ricomposto la sua vecchia famiglia musicale: nonno Flaco Jimenez e la sua fisarmonica, zio Van Dyke Parks e il suo pianoforte, i fratelli neri Terry Evans e Bobby King (quello dello springsteeniano “Human touch” e del successivo tour), il figliolo (vero) Joachim che si alterna alla batteria col sempiterno Jim Keltner. Il “nuovo”, qui, è praticamente bandito: sottotitolato con tipico understatement “un altro disco di Ry Cooder”, “My name is Buddy” raccoglie manufatti e materiali per lo più inediti ma esattamente ricalcati sul modello di settant’anni fa, ai tempi in cui la società era dominata da “bigotteria, povertà, violenza, avidità, iniqua distribuzione delle risorse”: gli stessi problemi di oggi. Non c’è la rielaborazione meticcia e onirica, il postmodernariato di “Chávez Ravine”, e il tutto richiama autentica polvere, sofferenza, valigie di stracci e binari arrugginiti: tra scioperi e camionisti morenti, “viali di cartoni” (le “ville” dei barboni…), e ragazze di fattoria, una dedica ad Hank Williams e canzoni che con tre accordi raccontano la verità chiedendoti: “ma tu, da che parte stai?”. La lingua musicale è quella nota e consona: country folk e dustbowl ballads, tex mex e shuffle blues, gospel/r&b e jug music, rock elettrico (“Three chords and the truth” ricorda un po’ Tom Waits, un po’ la Band quanto canta Levon Helm) e jazz (nostalgico in “Green dog”, alcolico in “One cat, one vote, one beer”), il dolce crepuscolo di “Farm girl” e l’happy ending in technicolor, dopo tanto bianco e nero, di “There’s a bright side somewhere”, con la slide elettrica di Ry, finalmente, in primo piano. E’ tutto déjà vu, per chi conosce la sua musica: ma c’è il respiro ampio delle sue opere migliori, come in un John Ford o in un John Huston in glorioso cinemascope.


(Alfredo Marziano)
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