«RIOT CITY BLUES - Primal Scream» la recensione di Rockol

Primal Scream - RIOT CITY BLUES - la recensione

Recensione del 24 ago 2006

La recensione

Eccone altri che tornano indietro alle origini, “back to the roots”. Del resto i rave non sono più quelli di una volta, e non c’è più bisogno di accompagnarsi a dj di grido, oggi, per essere cool: ce lo hanno ricordato quest'estate, con il loro ennesimo giro di ruota in Europa, gli Stones acciaccati e arzilli di “A bigger bang”. E allora dentro con le armoniche e con i riff di chitarra su cui mr. Richards potrebbe avanzare serie pretese di royalty (“Nitty Gritty”), avanti con i mandolini e con i moog d’antiquariato. A tutta birra, ritmo, sudore e rock’n’roll, anche se più che street fighting men Bobby Gillespie e i suoi sono gente da edonistiche frequentazioni vip (pare che la scapestrata “Suicide Sally & Johnny Guitar” sia ispirata alle gesta dell’amica Kate Moss e di Pete Doherty, i Bonnie & Clyde più amati dai tabloid britannici).
Fedeli alla loro esuberanza di sospetta provenienza, pestano duro i Primal Scream. Sulle assi di legno dei rock club piuttosto che sul dancefloor, stavolta, in un’atmosfera anni Settanta da juke joint sudista, da Rock Babilonia e “Hammer of the gods”: memore, eccome, di “Sticky fingers” e di “Exile on main street” (ma anche di dischi precedenti dei Rolling, col violino rustico e l’incedere countreggiante di “Hell’s comin’ down”), degli Zeppelin di “Physical graffiti” e dintorni, con il Bobby che scimmiotta i guaiti di Robert Plant (altro amico ed estimatore) in “We’re gonna boogie”, uno sbuffante shuffle con armonica che ai più anziani potrebbe far venire in mente anche i Canned Heat. La macchina del tempo degli scozzesi volanti va anche più indietro, atterrando sulla Londra in trip lisergico di metà, fine Sixties: ed ecco “Little death”, chitarre miagolanti e in glissando, litanie d’organo e merletti orientali come quando i Pink Floyd suonavano “Careful with that axe, Eugene” e “Set the controls for the heart of the sun”. I tanto amati Stooges non sono dimenticati e tornano con “The 99th floor”, coro sguaiato e amplificatori sulla soglia del punto di non ritorno, mentre già dal titolo “Dolls (Sweet rock and roll)” sembra uno sperticato omaggio alle vecchie bambole travestite di David Johansen (bel cameo vocale, qui e altrove, della Alison Mosshart dei Kills). Come dite, mancano gli Ottanta oggi tanto di moda? Sbagliato, ci sono anche quelli, con la inconfondibile chitarra del Bunnymen Will Seargent a ricamare orli appuntiti sul tessuto cupo e fuligginoso di “When the bomb drops”. E i Primal Scream cosa ci mettono di loro, si chiederà a questo punto qualcuno? Intanto il physique du rôle, che non è poco, le credenziali doc che arrivano dal passato (Gillespie questa musica l’ha sempre amata, e l’ha sempre detto) e una certa abilità nel rimescolare le carte: giusto in fondo, dopo tanto fragore, scuotimento di fianchi e rullar di tamburi vien fuori “Sometimes I feel so lonely”, una quieta ballata country gospel di tenore riflessivo e stampo quasi springsteeniano (non fosse per le voci). Dopo quaranta minuti arrembanti e, bisogna ammetterlo, non noiosi, si tira giustamente un po’ il fiato. Ma il dubbio di fondo resta: sono credibili, gli scozzesi, come risposta transatlantica ai Black Crowes? Solo fino a un certo punto. Sarà questione di geni, di atteggiamento mentale o di costituzione fisica, non so, ma non sembrano avere abbastanza muscoli per sollevare pesi così ingombranti. Come tanti altri gruppi Brit, Stones e loro contemporanei ovviamente esclusi. Ma, lasciatemelo dire, quelli erano fatti di un’altra pasta.

(Alfredo Marziano)
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