«FAKE CHEMICAL STATE - Skin» la recensione di Rockol

Skin - FAKE CHEMICAL STATE - la recensione

Recensione del 17 mar 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ormai non si contano più le volte in cui accade: dopo aver lasciato la traccia originaria della propria musica, un musicista/gruppo/artista torna all’ovile. Può accadere per i motivi più diversi: noia, troppo successo, voglia di sperimentare, problemi personali.
Skin ha fatto questo percorso sia per la fine del suo gruppo, gli Skunk Anansie, sia per problemi sentimentali che, diceva, l’hanno portata a vivere uno dei momenti più difficili della sua vita. Il risultato fu l’esordio solista “Fleshwounds”, disco intimista e sofferente (per non dire noioso, sicuramente troppo patinato) che riascoltato oggi non convince più di tanto; e infatti, anche al tempo, non ottenne grandi riscontri, nonostante gli sforzi promozionali della casa discografica; per inciso, Skin è ora passata dalla EMI alla V2.
Oggi Skin torna sui suoi passi con “Fake chemical state”. Che è sostanzialmente un ritorno al rock passionale del suo gruppo originario. “Rock” significa chitarre, che qui sono presenti in abbondanza; in un caso sono quelle dei Marlene Kuntz (con cui Skin duetto in “La canzone che scrivo per te” e che qua rendono il favore in “Take me on”). Ora sono violente nel singolo “Alone in my room” (In cui la voce di Skin è quasi irriconoscibile, inizialmente). Ora sono più distese e intense, come in “Just let the sun”, che ricalca la forma-ballata che ha fatto la fortuna degli Skunk. “Rock passionale”, infatti, significa per Skin cantare con potenza su tappeti elettrici, e in “Fake chemical state” le riesce bene in più di un occasione. Anche in canzoni “mid-tempo” sincopate come “Don’t need a reason”, anch’essa memori dei tempi andati.
Insomma: “Fake chemical state” è un disco che può riconciliare la cantante inglese con il suo pubblico, quella che l’aveva persa il giro precedente, e anche con la sua identità musicale, che è quella di queste tracce, nel bene e nel male.
Il bene è che la sua voce è inimitabile, dotata di una personalità inconfondibile anche quando viene fuori il male, cioè delle canzoni che ogni tanto sanno di già sentito.
“Fake chemical state” è nel complesso un buon disco; i primi ascolti dicono che è nettamente migliore del precedente. Sarà il tempo a dire se Skin sarà in grado di rinverdire in tutto e per tutto i fasti degli Skunk Anansie, senza diventarne la brutta copia.

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