«A BIGGER BANG - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - A BIGGER BANG - la recensione

Recensione del 18 ott 2005 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Jagger e Richards sembrano essere tornati gli amici di penna che furono. Anche per questo, oltre che per la sorprendente qualità del nuovo album, mi sento di perdonarli per “Streets of love” e “Sweet neo con”, roba da paraculi assoluti su cui la stampa italiana si è gettata a pesce ed ha versato inutili litri di inchiostro. (Per la cronaca: la prima è una melensa ballata che non avrebbe mai superato il ballottaggio con altri quindici pezzi per entrare in un album degli Stones degli anni Settanta; la seconda è l’argomento sbagliato per fare parlare di sé: ho letto cose tipo “la svolta politica della più grande rock and roll band del mondo”. Vabbè).
“A bigger bang” è quanto di meglio i Rolling Stones abbiano pubblicato negli ultimi vent’anni perché i pezzi hanno quella libertà espressiva che, stavolta, il mito, il business e le secche artistiche non hanno potuto imbrigliare. Con i Rolling Stones non si sa mai né perché, ma così è accaduto. Sono entrati in studio devastati (aspettando Charlie Watts alle prese con un cancro alla gola e Ron Wood, divorato dall’alcol, anche perché in lutto per il suicidio della ex-moglie) e ne sono usciti puliti, come quando tre decenni fa traevano linfa dalle tragedie personali e dalle difficoltà del rock’n’roll style.
Durante il pre-ascolto dello scorso luglio (vedi News), Don Was - co-produttore insieme ai Glimmer Twins – aveva meritato il giusto plauso per avere impedito che le canzoni fossero soffocate da inutili strati di arrangiamento e suono. Giusto. Però, oltre che mantenute a un livello sufficientemente “sporco”, è corretto precisare che, alla prova di alcuni passaggi successivi, quelle canzoni sono veramente buone a prescindere dal lavoro al mixer. E occorre anche dire che quei paragoni sorti spontanei con “Exile on Main St” (che è lungo tanto quanto ma che, chiariamolo, resta inarrivabile: quello è l’Olimpo) hanno qualche fondamento: entrambi i dischi, infatti, emergono più come opera d’insieme che non grazie a singoli ‘killer’.
“Rough justice”, che negli Stati Uniti è stata scelta come primo singolo, è il brano che meglio esprime il DNA dell’album: grande, grandissimo ritmo (nonno Charlie è tornato e sta bene) con riff che sono pennellate e graffi. “She saw me coming” riecheggia i tempi di “Black and blue” e, confermiamo anche questo, è proprio supercool (dovrebbe lavorarci su uno come Damian “Jr. Gong” Marley: ci si divertirebbe). “Infamy”, che sarebbe stata bene in un disco degli Expensive Winos, compensa con la sua raffinatezza le sconcezze che il vecchio Keith riserva a “This place is empty” ("Come on in, Bare your breasts": ma quanto è sottile il confine tra dandy e tarro?). “Back of my hand”, una perla, ricorda che questo rock and roll può invecchiare bene quanto il blues e il jazz.
Cos’è “A bigger bang”? E’ un Jagger inarrivabile per potenza, classe e ironia; un Richards più classico di Chuck Berry; e una sezione ritmica che oggi incontra rari rivali all’altezza.
Punti negativi? Mah, un paio. Innanzitutto quando due signori sopra i sessanta parlano di sesso e avventure assortite senza chiamarsi Bukowski rischiano sempre di farci la figura dei tardoni (né ci possono chiedere di concentrarci solo sulla musica e tralasciare l’immagine: è colpa loro se negli ultimi vent’anni abbiamo avuto in mente soprattutto quella). In secondo luogo la lunghezza: quella la salverei per il concerto dal vivo, il più grande rock and roll show del mondo; qui avrei tagliato un paio di pezzi, sapete quali.
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