«HAVE A NICE DAY - Bon Jovi» la recensione di Rockol

Bon Jovi - HAVE A NICE DAY - la recensione

Recensione del 16 ott 2005 a cura di Alessandro Garrini

La recensione

Niente di nuovo sulle spiagge del New Jersey. “Have a nice day”, nono album in studio dei Bon Jovi, può essere considerato il naturale proseguimento del discorso cominciato nel 2002 con “Bounce” e, tutto sommato è un bel sollievo.
In un’epoca in cui tutti tendono troppo all’innovazione o alla clonazione, è bello ascoltare qualcosa che ricalca nient’altro che le proprie origini. Passando in rassegna le tredici canzoni che compongono il disco si ha la sensazione che i quattro non abbiano assolutamente smesso di divertirsi e che anzi, questo sia lo sforzo di far splendere ancora quello che per vent’anni di onorata carriera è stato il rock genuino, marchio di fabbrica dei Bon Jovi. Se non lo vedessimo fare bella mostra di sé sugli scaffali dei negozi verrebbe quasi da pensare che questo album sia una di quelle speciali pubblicazioni riservate ai fan club della band. Si comincia con la title-track “Have a nice day”, pezzo che riporta alla stessa atmosfera da party di “It’s my life” e che suona a metà tra l’augurio di una buona giornata e un vaffa… detto col sorriso. Proseguendo si trovano numerosi riferimenti al passato: “I want to be loved” con la forte presenza del vocoder, quell’effetto di voce metallica tanto caro a Ritchie Sambora, richiama la potenza di “Livin’ on a prayer”, mentre “Last man standing” (unica canzone non inedita in quanto già presente, anche se in una versione diversa, nel precedente box “100000000 Bon Jovi Fans Can’t Be Wrong” ) riporta alla mente e alle orecchie lo stile incisivo di “Runaway” . Per scelta del duo Bongiovi/Sambora, nel disco non sono presenti canzoni d0amore. Solo tre le ballate; “Welcome to wherever you are” , “Wildflowers” , e “Bells of freedom” dal retrogusto vagamente patriottico. “Who says you can”t go home” è un dolce omaggio a quella casa che Jon, Ritchie, Dave e Tico condividono da oltre vent’anni. Il lavoro che abbiamo tra le mani è un album sul quale i Bon Jovi hanno lavorato per un anno e mezzo (feste natalizie e vacanze estive incluse) e che è stato registrato in meno di due giorni con la sapiente supervisione del produttore John Shanks (produttore dell’anno ai Grammy dell”anno passato).
Nonostante il lungo tempo passato a scrivere, le canzoni conservano tutte una freschezza che rende il disco molto semplice e diretto all’ascolto. Pur non essendoci espliciti riferimenti a questioni politiche, traspare in più di un momento un senso di protesta affidata però più ai suoni che alle parole. Sembra quasi che i Bon Jovi stiano tentando di riappropriarsi delle proprie vite,e non è un caso se la parola maggiormente ripetuta nei testi delle tredici canzoni sia “Life”. Probabilmente nessuno griderà al miracolo, ma, di sicuro, per i “dieci milioni di fan che non possono sbagliarsi” questo sarà motivo di orgoglio e soddisfazione.

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