«PRINCE OF DARKNESS - Ozzy Osbourne» la recensione di Rockol

Ozzy Osbourne - PRINCE OF DARKNESS - la recensione

Recensione del 03 mag 2005

La recensione

Discese agli inferi, resurrezioni, pipistrelli, sangue vero e posticcio, alcol, droghe, pillole, furti, incendi, incidenti, cliniche, lusso, decadenza, psicodrammi, quotidianità da rock star perlustrate giorno e notte dai giornali e dalle telecamere di Mtv. Ozzy è un cartone animato, una maschera tragica, un eroe negativo/positivo di questi tempi, un attore, un padre affettuoso, un eccentrico vero, un enigma, un incompreso. Sicuramente una icona del rock. Appunto: l’alluvione di gossip e di notizie di cronaca che va a ingrossare costantemente il fiume del suo mito noir rischiava di far dimenticare la musica. Rimedia ora il cofanetto di quattro Cd che la Epic dedica al “principe delle tenebre” (ma con tanto di aureola e crocefisso, si veda la copertina) in attesa di un nuovo album di studio che lui stesso annuncia per il 2006 (vedi News). Mr. Osbourne è uno che i suoi fan se li è sempre coccolati (indicativa una lettera di scuse per un concerto saltato, riprodotta nel booklet: scritta a mano, con toni appassionati e tratto quasi infantile) e ci teneva a cucinare per l’occasione qualche piatto appetitoso, invece di limitarsi a riciclare le solite pietanze: di qui un disco di cover per nove decimi inedito, in chiusura di programma, più rarità sparse negli altri 3 Cd inclusi nella confezione.
Ozzy ha preso in mano la direzione dei lavori, e i primi due capitoli del box set propongono una sua rilettura critica e personale della lunga avventura solista intrapresa nel 1980 quando in pochi erano disposti a scommettere sul futuro del vocalist appena congedato dai Black Sabbath (tutte le selezioni sono da lui commentate nel libretto di 40 pagine corredato di foto e testi delle canzoni). Nel primo Cd spazio spazio abbondante, dunque, alla produzione dei primi anni e al virtuoso Randy Rhoads, chitarrista americano ed hendrixiano che nel cuore e nella musica del frontman ha lasciato un vuoto forse incolmabile dopo la sua scomparsa in un incidente aereo del 1982: con il ritmo arrembante della famosissima “Crazy train”, messaggio post hippie e riff rubato a Pete Townshend, le romanticherie di “Goodbye romance”, i barocchismi noir di “Mr. Crowley” (ispirata al celebre satanista inglese), la dichiarazione di intenti “You can’t kill rock and roll” e la famigerata “Suicide solution” che tanti grattacapi, anche legali, procurò ad Osbourne, accusato di aver istigato un giovane al suicidio con una canzone che rifletteva in realtà sulla sua lunga schiavitù dall’alcol. E’ l’Ozzy migliore e ancora fresco dell’eredità sabbathiana, re dei riff hard rock e protometal, vicino alle radici pop e rock delle sue origini proletarie a Birmingham, non ancora sopraffatto dal suo gusto innato per l’eccesso scenico e teatrale, con gli inni da stadio (“Flying high again”) e le ballatone scolpite nella roccia, le ambizioni musicali (“Diary of a madman”) e le polemiche con chi scambia per amicizia con il diavolo la sua volontà di stare fuori dal coro (“Rock and roll rebel”). Il Cd successivo distilla il meglio della seconda fase di carriera, quando ai successi commerciali si alternano tonfi e inciampi legati anche alle vicissitudini e ai tormenti della vita privata. E’ il momento dei nuovi axeman, di Jake E. Lee e di Zakk Wylde che rifulge nel riff monumentale di “Crazy babies”, produzione in grande stile di Keith Olsen responsabile anche del suono granitico di “Breakin’ all the rules”. Non può mancare “No more tears”, rock barocco alla ennesima potenza con più di una sottigliezza melodica, e si arriva fino a “Dreamer”, ballata sorprendentemente carezzevole e dal testo dichiaratamente pacifista che Ozzy, lennoniano convinto, considera la sua “Imagine”. Le rarità? Non molte, in realtà. Un paio di lati B di singoli (“Bark at the moon” dal vivo, una “Spiders” influenzata da disco e new wave), qualche traccia da “The ultimate Ozzy”, video uscito una quindicina di anni fa, i demo assai rifiniti dall’album “No more tears” circolati in precedenza solo come copie promozionali ( “I don’t want to change the world” è un’altra dichiarazione di intenti, “Mama, I’m coming home” una dedica sentita e non melensa in stile folkeggiante alla moglie-manager Sharon), i provini inediti di “See you on the other side” (ballata urbana e radiofonica con tanto di sax notturno) e “Bang bang (you’re dead”), prima versione con titolo censurato dalla Epic di “Facing hell” (da “Down to earth”, ultimo disco – finora – in studio). Più curioso e stuzzicante il resto. Il Cd n.3, riservato a duetti e collaborazioni, ricorda quanti amici e ammiratori Ozzy abbia collezionato nella comunità artistica e negli ambienti più insospettabili: ecco gli omaggi dal gotha dell’hip-hop (Ol’ Dirty Bastard, Crystal Method, DMX, Wu Tang Clan), l’incontro fugace ma significativo con i Motorhead di Lemmy (bello il controcanto vocale su “I ain’t no nice guy”) e con i cattivissimi Type O Negative, i Sabbath rivisitati con i Therapy? (“Iron man”) e con i Primus di Les Claypool (N.I.B.), le rimpatriate con Tony Iommi, Geezer Butler e il gruppo madre per la reunion del 1998 con la dignitosa “Psycho man”. Con l’incredibile mr. Osbourne può succedere di tutto: persino che cinguetti accanto a una Kim Basinger sussurrante su “Shake your head”, techno pop dei Was Not Was, che faccia la corte a Miss Piggy dei Muppets dando sfogo al suo lato più gigionesco e macchiettistico (“Born to be wild” degli Steppenwolf) o celebri a suo modo la febbre del sabato sera con una divertente, spesso bootlegata ma ufficialmente inedita “Stayin’ alive” orchestrata da Dweezil Zappa e rivisitata da altri maghi della sei corde come Steve Lukather e Nuno Bettencourt.
Divertente, e con qualche zampata di classe, anche il “bonus” di cover che “double O” ha voluto aggiungere graziosamente in omaggio. “Good times” di Eric Burdon e i New Animals non è un gran che, troppo prodotta ed effettistica, mentre “Mississippi Queen” (dei Mountain di Leslie West, ospite alla chitarra) e “Fire” di Arthur Brown (un pioniere della teatralità a tinte forti, col quelle fiamme che gli dardeggiavano sulla testa) sono due sentiti e doverosi omaggi a fonti di ispirazione riconosciute. “All the young dudes”, scritta da Bowie per i Mott The Hoople è in confezione deluxe con Ian Hunter ai cori: Ozzy la affronta con il giusto tocco nostalgico e decadente. L’amore per la melodia e per i testi di impegno sociale, risvolti spesso dimenticati della sua personalità musicale, affiorano ancora nella beatlesiana “In my life”, tra cori, chitarre acustiche e pianoforte, in una ipnotica “Working class hero” e nell’inattesa For what it’s worth” (Stephen Stills/Buffalo Springfield), folk rock di protesta anni ‘60 che Osbourne rilegge come avrebbero potuto fare i Guns ‘N Roses. L’atmosfera apocalittica di “21 st Century Schizoid Man” è adattissima alle sue corde, ma la sua versione è meno inquietante di quella dei King Crimson. E non poteva certo mancare “Sympathy for the devil”, anche se è più luciferina quella degli Stones. Il diavolo non è brutto come lo si vuole dipingere, insomma, e la verità viene a galla alla fine, con la sabbathiana “Changes” che la rock star inglese reinterpreta sentimentalmente in compagnia della figlia Kelly (già edita, dava il titolo all’omonimo disco dell’anno scorso): dietro i travestimenti da vampiro e gli eccessi da rock star Ozzy, a suo modo, è uomo di famiglia e papà affettuoso.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

CD 1
11. Spiders

CD2
16. Dreamer

CD 3
01. Iron man (con i Therapy?)
02. N.I.B. (con i Primus)
03. Purple haze (con Zakk Wylde, Randy Castillo & Geezer Butler)
04. Pictures of matchstick men (con Type O Negative)
05. Shake your head (let’s go to bed) (con Was Not Was)
06. Born to be wild (con Miss Piggy)
07. Nowhere to run (vapor trail) (con Crystal Method, DMX, Ol’ Dirty Bastard & fuzzbubble)
08. Psycho man (con i Black Sabbath)
09. For heaven’s sake 2000 (con Tony Iommi & Wu-Tang Clan)
10. I ain’t no nice guy (con i Motorhead)
11. Therapy (con Infectious Grooves)
12. Stayin’ alive (con Dweezil Zappa)

CD 4
05. Fire
10. Changes (con Kelly Osbourne)
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