«NIGHTBIRD - Erasure» la recensione di Rockol

Erasure - NIGHTBIRD - la recensione

Recensione del 13 mar 2005

La recensione

All'inizio degli anni '80 Vince Clarke sembrava una specie di genio irrequieto del techno-pop. Passato rapidamente dai primissimi Depeche Mode agli Yazoo, azzeccava infallibili tormentoni a base di synth come "Just can't get enough" o "Don't go", regolarmente recuperati per qualsiasi operazione-nostalgia sul materiale dell'epoca. Poi ha smesso di saltare da formazione all'altra e si è accasato negli Erasure. Ha continuato ad avere fortuna sul mercato inglese ed è arrivato fin qui, armato dei suoi suoni elettronici. Solo che ostinarsi a tenere in vita la sua creatura sembra essere una specie di accanimento terapeutico. Gli stessi Erasure hanno ammesso che le loro ultime prove non sono state particolarmente esaltanti, e l'album di cover “Other people’s songs” denunciava una evidente mancanza di idee nuove fin dal banalissimo titolo. "Nightbird" viene presentato come il disco della rinascita, e arriva dopo che il cantante Andy Bell ha dichiarato pubblicamente di essere sieropositivo da anni. Qualunque sia il peso di queste canzoni nella sua vicenda personale, resta il fatto che gli Erasure del 2005 possono sembrare interessanti solo agli ascoltatori più affezionati. Clarke non è riuscito nell'impresa di dare una forma “classica” al suo stile e adesso si limita a rimasticare la solita formula. Il problema maggiore è che con gli anni le sue canzoni hanno perso in smalto e leggerezza e alla fine è difficile trovare qualche episodio di spicco in "Nightbird". Ovviamente, gli Erasure conoscono bene il mestiere e tutti i suoni sono al loro posto. Solo che le canzoni scorrono via senza lasciare tracce, un peccato mortale per qualsiasi disco pop. Certo, pezzi come "Breathe", "All this time still falling out of love" o "I broke it all in two" avrebbero fatto la loro figura nella scaletta di qualche radio anni '80. Ma sarebbero state anche stracciate agevolmente da una qualunque "Amoreux solitaires". Per non parlare di "Just can't get enough" o "Don't go".

(Paolo Giovanazzi)
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